05/01/2026
“Mentre il "giovane presente" chiede pace — come dichiarato da uno dei superstiti ai microfoni di Quarto Grado — è necessario interrogarsi sul "grande assente": l’adulto. Non l’adulto inteso come genitore, ma come garante della sicurezza, supervisore e scudo protettivo.
Il paradosso neuroscientifico: perché l'allarme non è scattato
La critica più frequente riguarda l'apparente inerzia dei ragazzi dinanzi al pericolo. Le neuroscienze, tuttavia, spiegano che non si è trattato di apatia, ma di un fallimento biologico del sistema di allerta. L’amigdala, la centralina della paura, non rileva il pericolo in modo oggettivo, ma per confronto di pattern. Il sistema si attiva solo se lo stimolo viola le aspettative di sicurezza o somiglia a un trauma già vissuto. In una discoteca a Capodanno, elementi come fumo, calore, luci intermittenti e rumori assordanti sono stimoli congruenti con lo scenario. Il cervello dei ragazzi ha catalogato ciò che stava accadendo come parte della festa, non come una minaccia vitale. Se il contesto è "divertimento", il sistema inibisce i segnali che in una biblioteca farebbero scattare la fuga immediata. Secoli di civilizzazione hanno inoltre indebolito i nostri istinti ancestrali, come la paura del fuoco, rendendo la gestione del rischio un processo che deve essere guidato, non lasciato all'istinto.
La Psicologia delle F***e e l'Anima Collettiva
A complicare il quadro interviene la dinamica della massa. Come teorizzato da Gustave Le Bon nel suo fondamentale La psicologia delle f***e (1895), l'individuo immerso in una moltitudine cessa di essere un'entità razionale per diventare parte di un'"anima collettiva". In questo stato, la responsabilità individuale si diluisce e prevale l'inconscio. La folla è un organismo primitivo, impulsivo e suggestionabile. Se a questo aggiungiamo l'atmosfera di euforia tipica di un evento di fine anno, magari amplificata dall'uso di alcol, diventa chiaro che non si può pretendere da un minorenne una gestione lucida dell'emergenza. I ragazzi erano nel posto giusto, nel modo giusto: a festeggiare.
Incolpare i ragazzi per non aver "capito" o per aver ripreso la scena significa ignorare come siamo fatti biologicamente e socialmente. A Crans-Montana non è mancata la disciplina dei giovani, è mancata la tutela degli adulti. La responsabilità non va cercata negli smartphone di chi era lì per divertirsi, ma nelle planimetrie, nelle autorizzazioni e nella vigilanza di chi aveva il dovere di proteggere quella spensieratezza. Gli assenti, tragicamente, siamo noi.”
Agnese Scappini
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