01/04/2022
Da oggi non ci troviamo più in uno stato d’emergenza. Non sono più necessarie misure speciali per far fronte a una situazione di particolare criticità o gravità.
Abbiamo però due anni di esperienza alle spalle ad insegnarci che questo non significa che la faccenda è risolta e che stiamo tutti bene. Anzi. Ma che ora che la terra ha smesso di tremare dobbiamo occuparci di capire quali sono i palazzi che sono rimasti in piedi, cosa fare di quelli a cui è crollato solo il tetto e se costruire qualcosa di nuovo oppure rendere onore a quei palazzi che non ci sono più. È un atto coraggioso perché ci vuole forza a guardare gli effetti di quell’episodio grave, può portare dolore, diverso da quello di una ferita appena subita, ma alle volte altrettanto forte perché non c’è più l’adrenalina a renderci reattivi e permetterci di sopravvivere. Ora non siamo più in pericolo, ma siamo pieni di ferite. Ora la terra non trema più, ma non abbiamo più una casa. Ora non ci stanno più insultando, picchiando, scioccando, violentando ma siamo lì, inermi, scossi, atterriti per quello che abbiamo subito direttamente o indirettamente.
Ognuno di noi si trova a vivere in un certo momento un proprio stato d’emergenza e vi fa fronte al meglio delle sue possibilità, con le proprie modalità. Ma molti poi si dimenticano del “dopo”, trascurano il ritorno alla quotidianità come se la misura dell’effetto del pericolo scampato cessasse una volta che il lupo se ne è andato. Ma le macerie restano e rischiano di farci inciampare, cadere e farci di nuovo male se non scegliamo che cosa farne.
Una possibilità è “riparare con l’oro” (kintsugi) ciò che è stato danneggiato.