13/04/2026
Dopo 8 ore quotidiane nella scuola primaria, che senso hanno i compiti a casa e nelle vacanze?
È una domanda che mi accompagna spesso. Nasce da una riflessione personale e familiare, ma si intreccia inevitabilmente con il mio ruolo professionale e una visione più ampia dei modelli educativi. Se la scuola è a tempo pieno — 40 ore a settimana — con giornate dense di contenuti, relazioni e stimoli, serve davvero altro tempo a casa per consolidare la cognizione? O c’è bisogno di spazio per attività motorie, ricreative, per la famiglia e, soprattutto, per il gioco libero?
Sappiamo che lo studio a casa serve a consolidare gli apprendimenti. Ma la domanda è: non si potrebbe costruire una didattica che consenta questo consolidamento direttamente a scuola? In questo modo, tutti i bambini potrebbero apprendere in classe, supervisionati dai docenti. Pensiamo alle classi di oggi, sempre più eterogenee: non tutti i genitori hanno gli strumenti o il tempo per accompagnare i figli. I compiti, così, rischiano di diventare un fattore di disuguaglianza. Guardando all’Europa, emergono approcci diversi che dovrebbero farci riflettere:
📍 In Francia, nella primaria, i compiti scritti sono di fatto assenti: ciò che si deve imparare si fa a scuola.
📍 In Finlandia, tra i sistemi migliori al mondo, i bambini hanno meno ore di scuola e pochissimi compiti. Lì il gioco e il movimento non sono tempo perso, ma parte essenziale dell'educazione.
📍 In Spagna e Germania, il dibattito pubblico e i nuovi modelli a tempo pieno spingono per integrare lo studio direttamente nella giornata scolastica.
Da un punto di vista professionale, questo apre una riflessione più ampia: l’educazione non è solo trasmissione di contenuti, ma costruzione di competenze,
benessere e capacità di stare al mondo. Il tempo non scolastico non è un “vuoto”: è parte del progetto educativo.
Forse il tema non è essere “pro” o “contro” i compiti a casa, ma ripensarne il senso: sono uno strumento utile o un automatismo che abbiamo smesso di mettere in discussione? E soprattutto: che tipo di crescita vogliamo davvero favorire nei nostri figli?