01/04/2026
Questo è un argomento delicato.
Per troppo tempo ho scelto di non “sbandierarlo” sui social, perché credo meriti rispetto. Silenzio. Ascolto. Ma adesso il silenzio pesa troppo.
Come si può ancora tacere?
Non possiamo più permetterci di voltare lo sguardo. Oggi noi, come Ugento, come comunità, come esseri umani, dobbiamo avere il coraggio di guardare in faccia una verità scomoda: esiste un dolore profondo, silenzioso, che sta divorando le persone accanto a noi.
Ugento conta un’altra vittima.
Un’altra vita spezzata.
Un’altra persona che non ce l’ha fatta.
E non è un caso isolato. Non lo è più da tempo.
Sono troppe le vite p***e in pochi mesi. Troppe per un paese di 12.000 anime.
Troppe per far finta di niente.
Cosa sta succedendo? Emulazione? Solitudine? Mancanza di sostegno? Servizi che non ci sono quando servono davvero?
Dobbiamo fermarci. Tutti. Adesso!
Perché queste persone non sono numeri.
Sono figli. Sono madri. Sono amici. Sono pezzi della nostra stessa vita.
Quello che sta accadendo non è solo una tragedia individuale: è una ferita collettiva, aperta, viva, che ci riguarda, anche quando scegliamo di non vederla.
Forse non abbiamo grandi soluzioni.
Ma abbiamo una responsabilità!
Possiamo iniziare da gesti piccoli, ma veri:
ascoltare senza giudicare, chiedere “come stai?” e fermarci davvero ad aspettare una risposta, restare anche quando il silenzio fa paura. Restare davvero. Non dietro uno schermo. Non con un messaggio.
Restare con il corpo, con lo sguardo, con la presenza. Guardare negli occhi una persona e accorgerci se sta crollando.
Perché ognuno di noi ha bisogno di essere visto. Davvero. Fino in fondo.
E se non è la famiglia, può essere un amico, Un insegnante, Un vicino. Chiunque.
Dobbiamo tornare a esserci: nelle strade, nelle palestre o nelle associazioni, nelle relazioni vere.
Dobbiamo ricostruire una rete che tenga, che abbracci, che non lasci indietro nessuno.
Perché ogni vita persa lascia un vuoto che non si colma Mai, ma può diventare un richiamo. Un grido che ci chiede di essere più attenti, più umani, più vicini.
La fragilità non è una colpa. È parte di tutti noi. E forse è proprio riconoscendoci fragili insieme che possiamo iniziare a prenderci cura gli uni degli altri, in modo più vero, più profondo. Chiedere AIUTO non deve essere un lusso e non può essere una vergogna.
Io, come professionista e come persona, oggi non posso più restare in silenzio.
E tu?