02/03/2026
In ogni singola seduta, e in molti intervalli tra le sedute, la mente del terapeuta può essere attraversata da un flusso magmatico e incessante di affetti negativi, generato da una quantità incalcolabile di fonti; non solo quelle, già numerosissime, legate al paziente che ha davanti, ma anche quelle legate alle difficoltà nella vita personale del terapeuta. Per esempio, il senso di valere poco, meno dei colleghi che incontra; un rigurgito di dolore per una perdita che non ci si è dati il tempo di elaborare; un grumo di risentimento per il partner mentre si attraversa una fase delicata del proprio rapporto sentimentale; il senso di vuoto e assenza di senso che talvolta tiene in ostaggio il tempo; il senso cronico di sovraccarico, che si continua a sopportare solo perché anestetizzato dalla tumultuosa, ipnotica ripetitività delle giornate. Non raramente, i terapeuti sono posti di fronte all’imperativo interno di rispondere alle richieste urgenti di un paziente (per esempio, un messaggio trasudante bisogno improrogabile, prepotente di attenzione), proprio mentre sono attraversati da una condizione di fragilità, sovraccarico e incertezza esistenziale. I tendini emotivi dei terapeuti sono spesso tesati fino al limite di cedimento tra due opposte istanze: l'imperativo schiacciante di "produrre" cambiamento nel paziente, generato dalla rappresentazione del proprio mandato socio-simbolico (essere “un terapeuta”); e la spinta autoconservativa a occuparsi di sé, cercando di mantenere l’equilibrio tra i continui sgambetti della vita. A tutto ciò fa da sfondo un opprimente senso di responsabilità, venato dal timore inconfessabile di non essere all’altezza di quella responsabilità (chi lo è?), che erode silenziosamente le pareti interne della coscienza.
Tratto da: la presenza del terapeuta, di prossima pubblicazione, per Raffaello Cortina.