09/04/2026
Tra il 1876 e il 1900, il Veneto emigrava più di Calabria e Sicilia messe insieme.
Non è un errore. Non è una provocazione. È il dato ufficiale: 941.000 persone in 24 anni, il 17,9% di tutti gli espatri italiani dell'epoca.
Il Veneto — quello che oggi conosci come motore economico del Paese, la regione del lavoro, del made in Italy, del PIL che invidia mezza Europa — stava letteralmente svuotandosi.
Era il 1876. Tre anni prima l'annessione al Regno d'Italia aveva dissolto le ultime protezioni dell'economia rurale veneta. Arrivarono i dazi, arrivò la tassa sul macinato, e crollarono i prezzi agricoli in tutta Europa.
La classe contadina veneta viveva di polenta. Non come scelta: la carne bovina era un lusso fuori portata, il pane di frumento era inaccessibile. Lo storico Emilio Franzina scriveva che "si poteva morire di fame".
In quello stesso arco di tempo, dalla Calabria partirono 276.000 persone. Dalla Sicilia, 226.000.
Il Veneto da solo superava le due regioni meridionali più associate all'emigrazione di quasi il doppio. 941.000 contro 502.000.
Le mete erano il Brasile e l'Argentina. A Caxias do Sul, nel Rio Grande do Sul brasiliano, i veneti crearono una colonia così densa che la città — oggi 500.000 abitanti — è ancora culturalmente italiana.
Spoiler: mentre il Veneto svuotava le sue campagne verso il Sudamerica, il grande esodo meridionale che avrebbe segnato l'immaginario collettivo italiano stava appena iniziando.
Tra il 1876 e il 1900, l'emigrazione di massa era una piaga del Nord-Est. Non del Sud.
Oggi il Veneto esporta eccellenza. Cent'anni fa esportava persone disperate.
In breve:
Tra il 1876 e il 1900 emigrarono dal Veneto 941.000 persone — il 17,9% di tutti gli espatri italiani
Nello stesso periodo Calabria e Sicilia insieme raggiunsero 502.000 emigranti: meno della metà del Veneto
Le destinazioni principali erano Brasile e Argentina; il grande esodo meridionale arrivò dopo