Dott.ssa Roberta Giuffrida - Pedagogista

Dott.ssa Roberta Giuffrida - Pedagogista Pedagogista, Educatrice alla teatralità, Mediatrice Feuerstein

03/04/2026
26/03/2026

La PlusdotazioneAlcuni genitori mi dicono: "Ma a me non sembra poi così geniale mio figlio! Fa tante domande, sì, si ann...
14/03/2026

La Plusdotazione

Alcuni genitori mi dicono: "Ma a me non sembra poi così geniale mio figlio! Fa tante domande, sì, si annoia a scuola, ma è anche molto infantile!"

🟢 La genialità implica la produzione di risultati straordinari, originali e innovativi. Un plusdotato ha il potenziale per diventare geniale, ma non è automatico né scontato che lo diventi.
🟢 Spesso c'è un disequilibrio tra lo sviluppo intellettuale (molto veloce) e quello emotivo o motorio (in linea con l'età). Questo può creare comportamenti apparentemente banali, "immaturi" o problematici, lontani dall'immagine del "genietto" infallibile.
🟢 Inoltre molti bambini e ragazzi plusdotati non eccellono a scuola, anzi, possono annoiarsi mortalmente, annoiarsi se i ritmi sono troppo lenti o non trovare senso in compiti ripetitivi.

A volte si dice che la mente dei bambini sia una tela bianca.

Ma ci sono bambini la cui mente assomiglia più a un quadro di Kandinskij: colori, linee, intuizioni che si muovono tutte insieme, senza chiedere il permesso.

La storia di Penelope, raccontata da sua madre, è una di queste. Una bambina che guarda il mondo come se fosse sempre la prima volta. Che fa domande sull’universo, sul tempo, sull’origine delle parole. Che impara velocemente, collega tutto, ricorda tutto.

Una bambina plusdotata.

Oggi sappiamo che la plusdotazione rientra spesso nel grande mondo delle neurodivergenze: cervelli che funzionano in modo diverso, non migliori e non peggiori, ma semplicemente con un ritmo, una profondità e una sensibilità fuori dalla media.

Quando pensiamo alla plusdotazione immaginiamo quasi sempre il talento, il quoziente intellettivo alto, la mente brillante.

Ma raramente pensiamo alla fatica emotiva che questi bambini portano con sé.

Perché un cervello che pensa velocemente spesso è anche un cervello che sente intensamente. La gioia può diventare euforia.
La tristezza può diventare un dolore profondo.
Un’ingiustizia può trasformarsi in una ferita vera.

Molti bambini plusdotati hanno un senso della giustizia potentissimo, una sensibilità verso gli altri che li rende incredibilmente empatici. Ma proprio questa sensibilità li espone a frustrazioni grandi per la loro età.

È come se sentissero il mondo tutto insieme.

Eppure restano bambini.

Bambini che hanno ancora bisogno di correre, di annoiarsi, di sbagliare, di non capire subito.

Per questo il compito degli adulti non è quello di accelerare il loro cammino, ma di proteggere la loro infanzia.

Aiutarli a capire che non devono sapere tutto.
Che non devono salvare tutti.
Che non devono aprire tutte le porte della loro mente nello stesso momento.

Perché crescere non significa correre più veloce degli altri. Significa imparare a stare nel mondo con il proprio ritmo.

E questi bambini, così intensi e così sensibili, hanno soprattutto bisogno di una cosa: adulti che sappiano vedere non solo il loro talento, ma anche la loro fragilità.

Perché dentro quei cervelli straordinari c’è sempre un cuore di bambino che chiede solo di essere accompagnato.




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"Per favore, un po' di silenzio!" Ormai è un mantra. Lo ripeto a scuola, a casa, persino durante i colloqui individuali, quando capisco che chi ho di fronte è distratto dal rumore assordante dei propri pensieri.
Oggi, però, è successo l’opposto. Mentre interrogavo regnava un silenzio così innaturale che lo studente seduto accanto a me ha sussurrato: "Però prof, che angoscia 'sto silenzio!". Per la prima volta in anni ho chiesto alla classe di fare un po' di brusio, per restituire a quel ragazzo la sua zona di comfort.
Poche ore dopo mi sono immersa in un silenzio diverso: quello denso che accompagna l'ultimo saluto a chi ha condiviso con noi un pezzetto di strada. In quel momento il silenzio l'ho chiesto ai miei pensieri.
Abbiamo espulso il silenzio dalla nostra cultura, eppure dovremmo tornare a coltivarlo come un bene rifugio.
È il luogo in cui facciamo pace — o guerra — con dubbi e nostalgie. In un mondo che parla senza contenuti e pensa in superficie, il silenzio non è assenza: è cura, è progetto, è la base per ascoltare davvero l'altro prima di rispondere.

Fuori dal coro!Qual è la passione più originale che ha mostrato tuo figlio finora? Raccontacelo nei commenti! 👇
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