17/01/2026
C’è una storia che raccontiamo da secoli, sempre con lo stesso entusiasmo ingenuo: ogni invenzione ci renderà più liberi, più felici, più umani. Ogni comodità sarà un passo avanti. Ogni scorciatoia un progresso.
Peccato che nessuno abbia mai avuto il coraggio di chiedersi a quale prezzo.
Abbiamo reso la vita più comoda, sì. Più veloce, più morbida, più imbottita. Abbiamo eliminato la fatica fisica, anestetizzato l’attesa, ridotto l’attrito. Ma mentre levigavamo il mondo, abbiamo levigato anche l’uomo. Come una pietra passata troppe volte nell’acqua: liscia, sì, ma fragile. Senza spigoli. Senza struttura.
I nostri nonni spaccavano la legna e tacevano. I nostri padri stringevano i denti e andavano avanti. Non erano santi, non erano eroi romantici, ma avevano una cosa che oggi scarseggia: tenuta. Fisica ed emotiva. La capacità di stare nel disagio senza crollare, di reggere una frustrazione senza trasformarla in un dramma identitario.
Oggi invece vedo uomini stanchi senza aver mai faticato, ragazzi iper-emotivi senza alfabetizzazione emotiva, adulti che confondono ogni disagio con un trauma e ogni limite con un’ingiustizia. Persone fragili, emotivamente instabili, che non hanno nulla a che vedere con chi li ha preceduti, ma che si sentono comunque autorizzate a giudicarli dall’alto di un comfort che non hanno costruito.
I valori si sono sgretolati come muri lasciati senza manutenzione. Non per cattiveria, ma per incuria. Nessuno li ha più rinforzati. Nessuno li ha più abitati. Al loro posto abbiamo messo slogan, diritti senza responsabilità, emozioni urlate e mai attraversate.
E quando qualcosa va storto (perché prima o poi va storto) il sistema scrolla le spalle e dice: “Ogni tanto può succedere.”
No. Io a questa narrazione non ci sto.
Perché non è vero che “succede e basta”. Succede quando cresci generazioni senza insegnare loro a stare dentro ciò che provano. Succede quando l’unico linguaggio emotivo ammesso è l’esplosione o la fuga. Succede quando la solidità psicologica non è una priorità educativa, ma una variabile trascurabile.
Viviamo in un mondo che si preoccupa ossessivamente della sicurezza fisica e quasi per nulla di quella emotiva. Mettiamo caschi, cinture, airbag ovunque ….giustamente eh…ma lasciamo le menti senza strumenti. Come se insegnare a riconoscere, contenere e trasformare le emozioni fosse un lusso, non una necessità civile.
Io sogno un giorno (e sì, lo dico con preoccupazione, non con romanticismo🥹) in cui nelle scuole ci saranno corsi seri sulla gestione delle emozioni. Non frasi motivazionali, non carezze ideologiche, ma educazione emotiva vera: imparare a tollerare la frustrazione, a riconoscere la rabbia prima che diventi violenza, a stare nella paura senza esserne dominati, a reggere il fallimento senza collassare.
Perché le emozioni non sono il problema. Il problema è lasciarle allo stato brado, come cavalli potenti senza briglie.
Una società che non educa alla forza interiore produce individui ipersensibili e sistemi cinici. Vittime perfette di un meccanismo che va avanti, produce, consuma, e poi ogni tanto si lava la coscienza dicendo che “non si poteva prevedere”.
Siamo lontani. E sì, sono preoccupato.
Ma continuo a parlare. Perché il silenzio, quello sì, sarebbe la vera resa.
Riposa in pace ragazzo.❤️
Enrico Chelini