29/07/2022
Un racconto estivo, quello di Nicolò Targhetta di questo mese, che ci ricorda come la sofferenza non vada mai in vacanza e anche se a volte si vorrebbe nascondere la testa sotto la sabbia, rivolgendosi a professioniste/i del benessere psicofisico in qualsiasi momento si può iniziare a prendersene cura...
La grafica è dell’illustratrice Amandine Delclos.
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Che bella l’estate. Non so se qualcuno l'ha già detto, non so se sono il primo, ma lasciatemi vi prego dire quant’è bella l’estate. Col sole e le giornate lunghe e le vacanze e il mare.
Che bello il mare. Che bello andare alla spiaggia libera e domandare ci mettiamo lì? No, ci mettiamo lì.
E stendere l’asciugamano proprio sul metro quadrato di sabbia ideale, e guardare sto mare e dire, si sta proprio bene al mare.
E guardare sto mare e pensare che vorresti urlare.
Ma è solo un attimo, un secondo proprio, perché poi non vuoi più urlare, vuoi andare a mangiare.
E allora di corsa al baretto a sbranare una piada in ciabatte e costume. E dire ci voleva. La piada in spiaggia in ciabatte non si batte. E sorridere sempre, perché è estate.
Come va? Come vuoi che vada? È estate, va bene. Ti sembra che non stia bene? No, infatti. È tutto l’anno che mi alleno per star bene quest’estate.
Ma questo non glielo dici mica. Perché d’estate si può anche perdere qualche chance d’essere onesti, purché si vincano tutte le partite a Uno.
I racchettoni! Non ci credo, hai portato i racchettoni! Poi giochiamo coi racchettoni, ma prima il test con maggioranza risposte A che mi dice che son solare. E quant’è vero, e quanto son solare, p***a di quella miseria ladra. Anche se sulle spalle ogni tanto mi sento come due gobbe piene di schifezze di cui non però adesso non mi par proprio il caso di parlare. Come perché? Perché è estate e io sono un piccolo ca****lo solare che fila subito-subito a fare un bagno.
E com’è fredda quest’acqua mortacci sua e quanto voglio star bene almeno oggi, mica solo perché è estate e siamo al mare, ma perché siamo insieme io e te.
E ogni tanto ci si deve sforzare d’essere felici per esser felici, no? Convincersi, cascarci. Io ci casco sempre. Ma mentre mi sto convincendo e ci sto cascando, tu mi schizzi e allora io ti schizzo e ridacchiamo perché l’acqua è ancora fredda. E attenta che adesso ti prendo! E giochiamo, e non ci diciamo niente di niente. Zitti, zitti, come topolini estivi, perché siamo diventati dislessici a un certo tipo di verità.
Come? Ti stai un po' deprimendo? Subito di corsa un Magnum Double. Come da bambini. E guardali i bambini che scavano una buca nella sabbia. Che bello guardarli e dire certo che sti bambini anche meno però. Una spiaggia senza bambini mai? E ridere e ridere insieme, perché noi le buche nella sabbia non
possiamo scavarle più.
T’ho detto quanto mi piace l’estate? T’ho detto quanto son contento di essere qui? A un asciugamano di distanza, che se allungo la mano mi sembra quasi di poterti toccare. Ma non ti tocco mica eh, fa troppo caldo.
E allora stiamo solo vicini con la nostra uniforme d’abbronzatura uniforme. E un po’ mi viene di nuovo da pensare perché nessuno qui si mette a urlare. Perché non viene un maremoto, uno tsunami a portarsi via la nostra tranquillità, i nostri concerti, le serate, la quotidiana scelta di noi, le domande che abbiamo smesso di farci perché la musica era troppo alta.
Perché non è arrivata un’onda a prenderci la volta che abbiamo deciso di far scalare una marcia alla vita e farla marcire.
Ma poi penso, che pensieri. È estate, e tu d’estate pensi pensieri da bassa stagione? Non si fa.
Piuttosto guarda qui che cosa buffa, dolce e vera che ho trovato dentro il mio cellulare. Dura solo quindici secondi, ed è quasi buffa, dolce e vera come quella che hai trovato nel tuo.
E una foto ce la facciamo? Una foto va fatta.
Per forza.
A forza.
Un ricordo. Un pensiero. Un promemoria agli altri sette miliardi lì fuori che noi qui si sta bene, che va tutto bene, che nessuno proprio nessuno oggi ha voglia d’urlare.
E che belle le fiacche, sudate versioni di noi quando controlliamo se siamo all’altezza delle nostre aspettative.
Magari adesso che li abbiamo distratti, adesso che li abbiamo fregati tutti possiamo dircela una cosa diversa, una cosa perversa e triste e onesta.No, no, aspetta, facciamone un’altra che qua non so perché sembra che stringo i denti.
Poi il sole s’abbassa, e arriva il tramonto sul mare. Pure il tramonto bello davvero. Incredibile sia pure gratis. E io t’abbraccio e penso che una buca mia me la son scavata e si chiama comfort zone e ti ci ho fatto cadere dentro con l’inganno e adesso voglio proprio vedere come ne esci.
Dalla buca, dall’abbraccio, dall’estate con me.
Mangiamo in un posto con le tovaglie che volano via al vento. E io ti amo, ma non riesco a dirlo più come prima e allora dico primo di pesce, e poi la frittura che qui la fan speciale. E quanta sabbia nella borsa, amore mio. E guarda come mi son scottato. Come son trent’anni che mi scotto, che non ho imparato a stare sotto il sole.
Perché non cambio.
Perché qui sono e qui resto, ustionato e sorridente, con la sabbia nel borsone, le mie gobbe di schifezze, il mio silenzio, la buca profonda e la frittura che è proprio, proprio speciale. Qui con te, a non dir niente, a non rischiare, a non cambiare. Speciale.
E tu, per favore, non ti preoccupare. Se mi vedi un po’ strano, un po’ silenzioso.
Non è niente, non sto male. È estate, siamo al mare. Come faccio a stare male? Di tutto quello schifo e quell’urlare ne parliamo in autunno, d'accordo?
Sempre che prima non me lo scordo.