27/05/2026
La società dell’immagine non si limita a chiedere di apparire: pretende di essere creduta. E così, lentamente, l’apparenza smette di essere una superficie e diventa sostanza. Non si mostra più qualcosa di sé, bensì si costruisce un sé che possa essere mostrato, prêt-à-porter.
Nel mondo digitale contemporaneo, molti brand digitali, influencer e piattaforme non si limitano a raccontare la realtà: la editano, la ottimizzano, la rendono consumabile. Ma in questo processo, ciò che si perde è proprio ciò che dovrebbe contare di più: l’autenticità, la vulnerabilità, la verità ed il loro fascino.
📖 Ne parlo nel mio ultimo racconto, , pubblicato su a cura di Il Temperino Rosso Edizioni, dove metto a fuoco proprio questa tensione: tra ciò che si è e ciò che si deve -e più spesso si vuole- sembrare per essere riconosciuti.
Una protagonista che vive dentro il dispositivo dello sguardo — proprio come molti di noi — e che finisce per interiorizzare la logica della visibilità totale: tutto è immagine, tutto è produzione, tutto è esposizione, dal corpo all’identità.
Quando l’immagine diventa più importante della sostanza, non è più solo una questione estetica, intesa come modo di costruire la percezione: diventa una forma di verità alternativa, più seducente e spesso più crudele, mai sufficiente.
L’estetica dell’influencer e del make-up tutorial è solo il (classico e frequente) punto di partenza: nel racconto diventa metafora di una società più ampia, dove appunto l’apparenza finisce -molto spesso- per sostituire autenticità, profondità e valore reale.
Scrivere questo racconto è stato un modo per interrogare questa dinamica senza moralismi, ma anche senza sconti: cosa accade quando la vita viene filtrata fino a coincidere con la sua rappresentazione? Cosa accade alla psiche quando io sono il mio personaggio e il mio personaggio sono io?
📖 trovate , nell’antologia , fresca di stampa.