15/11/2025
L’importanza di stare
Ciao a tutti sono Rita, ho 54 anni. Faccio la bidella al liceo classico di Palermo da 27 anni.
Marzo 2018. Una ragazza di quinta, Chiara, si ferma davanti al banco mio all'ingresso. Sono le 1:30 l'ultimo campanello è suonato da 10 minuti. Lei ha lo zaino in spalla, gli occhi rossi.
"Rita, posso restare qua con te?"
"Chiara, tra mezz'ora chiudo. Non devi andare a casa?"
"No."
Non le chiedo niente. Mi siedo. Lei si siede per terra accanto a me, schiena al muro. Stiamo così per venti minuti. Zitta io, zitta lei. Poi se ne va.
Il giorno dopo, stessa storia. Stessa ora. Stesso posto.
"Rita, posso?"
"Siediti."
Stavolta parliamo. Mi racconta che i genitori si stanno lasciando. Che il padre se n'è andato. Che la madre piange sempre. Che lei non sa dove stare.
"A scuola mi sento tranquilla," mi dice.
Io non so che dirle. Le do un caffè. Lei lo beve.
Questa cosa va avanti tre settimane. Tutti i giorni, dopo l'ultima ora, Chiara viene da me. A volte parliamo. A volte no. Io faccio le mie cose, chiudo le classi, controllo i bagni, spengo le luci. Lei viene dietro. Non rompe. Non chiede niente.
Un pomeriggio la vicepreside mi ferma.
"Rita, quella ragazza non può stare qua dopo l'orario. Se succede qualcosa, la responsabilità è nostra."
"Lo so. Ma dove va?"
"Non è problema nostro."
Ho detto va bene. Il giorno dopo ho detto a Chiara che non poteva più restare. Lei ha capito. Non ha detto niente. Ha preso lo zaino ed è uscita.
Non l'ho vista più fino a giugno. Maturità. Chiara ha preso novanta. L'ho incontrata il giorno dei risultati. Mi ha abbracciata. Forte.
"Rita, grazie per quei giorni."
"Ma io non ho fatto niente."
"Hai fatto tutto."
È andata via. Io sono rimasta lì, nel corridoio vuoto, con gli ultimi ragazzi che uscivano urlando.
Cinque anni dopo, ottobre 2023, mi arriva una lettera. Mittente: Chiara Messina. Da Bologna.
"Cara Rita,
ti scrivo perché non so se leggerai mai questa lettera, ma ci provo.
Dopo il liceo sono andata a Bologna a fare psicologia. Mi sono laureata a luglio. Adesso faccio tirocinio in un centro per ragazzi con problemi.
Ogni volta che parlo con uno che non vuole tornare a casa, penso a te. A quei venti minuti al giorno che mi lasciavi stare lì, per terra, senza farmi domande.
I miei si sono lasciati. Mio padre si è risposato. Con mamma ci parliamo poco. Va bene così.
Volevo solo dirti che quella cosa che hai fatto (lasciarmi restare) non è stata piccola. È stata grande. Perché in quel momento non avevo dove andare. E tu mi hai dato un posto.
Non so se ti ricordi di me. Ero una tra tante. Ma tu per me sei stata l'unica che non mi ha chiesto di stare bene quando stavo male.
Grazie.
Chiara
P.S. Ti mando una foto. Quella sono io alla laurea. L'ho dedicata a te."
La foto era piccola. Una ragazza con la toga, sorriso grande, davanti alla cattedra. Dietro c'era scritto:
"Per Rita. Che mi ha insegnato che restare conta più di parlare."
Ho tenuto quella lettera nel cassetto per due giorni. Poi l'ho tirata fuori e l'ho letta di nuovo. E ancora.
Non mi ricordavo bene di Chiara. Mi ricordavo del pavimento. Del silenzio. Di non sapere cosa dire.
Ma lei si ricordava. E per lei era bastato.
Ieri le ho risposto, c'era il suo indirizzo: una mail corta;
"Chiara, mi ricordo di te. Mi ricordo di quei giorni. Sono contenta che stai bene. Vai avanti così. Rita."
Mi ha risposto e ogni tanto ci sentiamo ancora.
Credo che nel mio lavoro, a volte, non è importante cosa fai. È importante che ci sei.