06/05/2026
Vita nei Boschi… questa volta per adulti. È successo davvero.
Il 24 e il 25 aprile abbiamo vissuto qualcosa che è difficile da racchiudere in poche parole. Ma ci provo, perché merita di essere raccontato.
Otto persone. Un bosco. Niente agenda digitale, niente notifiche, niente orari da rispettare se non quelli del sole.
La sera del 24. Dopo essere entrati nel bosco, a ciascuno ho consegnato un coltellino Opinel n°8. Non come gadget — come strumento. Il primo gesto concreto di un'esperienza che sarebbe stata, da lì in poi, tutta concreta.
Abbiamo cominciato dal fuoco — non da un accendino, ma dall'acciarino. Prima cosa: capire cos'è una miccia e come si costruisce con ciò che il bosco offre. Paglia, trucioli di legno, infiorescenze, funghi secchi. Ognuno ha provato, ognuno ha capito con le mani prima che con la testa. Poi la prima scintilla e poi il fumo e fiamma. Immediatamente qualcosa — nel bosco — è cambiato. Si è alzato un silenzio diverso, quello di chi ha appena fatto qualcosa di vero .
Poi il fuoco è diventato cucina. Abbiamo cucinato insieme, mangiato insieme attorno alle braci, parlato lentamente come non si fa quasi mai. E alla fine della serata, le amache tra gli alberi ci hanno accolto per la notte — dondolando tra i tronchi, con il crepitio del fuoco che si spegneva piano.
La mattina del 25. Risveglio nel bosco. Un giro di attivazione fisica e sensoriale tra gli alberi — ritrovare il corpo, i piedi sulla terra, la luce che filtrava. Poi di nuovo il fuoco, acceso da capo, e colazione. Cose semplici che tornano a sapere di qualcosa.
La mattinata è proseguita con i nodi. Non nodi per il gusto di farlo, ma nodi utili: per ancorare, per unire, per costruire. Ogni nodo è una competenza che resta nel corpo.
Il pomeriggio: il ponte. Dopo pranzo ci siamo messi al lavoro su quello che per molti è stato il momento più intenso: la costruzione di una rete e di un ponte aereo. Una decina di metri sospesi a tre-quattro metri dal suolo, tessuto nodo dopo nodo, teso tra gli alberi.
Ecco cosa porto con me da questi due giorni.
L'adulto ha bisogno di fare cose vere. Non simulate, non semplificate. Cose che hanno senso perché servono: accendere il fuoco per scaldarsi, per fare luce, per cuocere il cibo. Costruire una rete perché regga il peso di un corpo.
Viviamo in una società che ci ha progressivamente allontanato dall'essenziale — e questo ci pesa, anche quando non sappiamo nominarlo. Questi due giorni lo hanno dimostrato con chiarezza: le persone erano contente. Non euforiche, non "motivate" — contente, nel senso più pieno e quieto del termine. Perché stavano facendo cose che avevano senso.
Ci sarà un'altra edizione. Upgrade garantito. Se vuoi sapere quando, scrivimi in privato o lascia un commento.
Alcune foto dal vivo — le amache, il fuoco di sera, le mani sui nodi, il ponte tra gli alberi.