29/05/2026
Prima ancora che dipendere da quello che otteniamo, la soddisfazione dipende dal modo in cui guardiamo ciò che otteniamo. Che sembra una banalità, ma non lo è.
Perché oggi viviamo in una società che ci spinge continuamente oltre. Bisogna crescere, migliorarsi, fare di più, diventare di più.
E attenzione: non sto dicendo che sia sbagliato. Anzi. L’ambizione e il desiderio di migliorarsi sono cose bellissime. Il problema nasce quando ogni traguardo diventa immediatamente insufficiente. Quando non facciamo in tempo a raggiungere una vetta che già stiamo guardando quella successiva.
Allora succede una cosa strana: non ci accorgiamo più dei nostri progressi. A furia di alzare l’asticella, ci sembra di rimanere sempre allo stesso punto. Vediamo soltanto ciò che manca, e mai ciò che abbiamo costruito. E così entriamo in una specie di insoddisfazione permanente.
Un po’ come nel pendolo di Schopenhauer: oscilliamo tra il desiderio di ciò che non abbiamo ancora e la noia di ciò che abbiamo appena ottenuto. Prima desideriamo una cosa. Poi la raggiungiamo. E subito smette di bastarci.
In questo modo, però, le vittorie perdono il loro stesso significato. Da conquiste eccezionali, di cui andare fieri, si riducono a essere eventi normali: lo standard, il minimo indispensabile.
Alla lunga, si svuotano di ogni entusiasmo. Perché se niente basta mai, allora niente emoziona più davvero. E ciò che dovrebbe renderci felici finisce soltanto per renderci stanchi.
Se ci pensate, è curioso che sia proprio lo sport, una delle realtà più competitive di tutte, a insegnarci invece il contrario. Perché nello sport la vittoria viene celebrata. Sempre. Ci si ferma. Si esulta. Ci si abbraccia. Si alzano le braccia al cielo. Si ritira una coppa, una medaglia, un premio.
C’è un rituale preciso, quasi sacro. Ed è importante che ci sia. Perché quel rito ci ricorda una cosa che nella vita quotidiana tendiamo a dimenticare: vincere non è normale. Migliorarsi non è scontato.
Ogni traguardo, anche piccolo, merita riconoscimento. E forse il senso profondo di quelle celebrazioni è proprio questo: costringerci a fermarci un attimo, per guardare fino a dove siamo arrivati.
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Il Saggio dello sport