10/04/2026
ASCOLTA LA TUA MILZA E IL TUO PANCREAS
Milza e pancreas non sono organi a cui si pensa spesso. Non fanno male subito, non danno segnali plateali, non finiscono facilmente al centro dell’attenzione. E proprio per questo vengono ignorati a lungo... finché il corpo inizia a farsi sentire.
Quando iniziano a dare segni, di solito è perché qualcosa nella vita è stato tenuto insieme troppo a lungo con la forza, con il controllo, con l’adattamento e allora questi due organi, così silenziosi, diventano improvvisamente molto chiari.
La milza non è solo un organo accessorio, come qualcuno ha osato definirla per anni. È un laboratorio di vita. Interviene nella composizione del sangue, lo filtra, lo rigenera, custodisce globuli bianchi e rossi, ed è profondamente coinvolta nelle difese immunitarie naturali. Ma non solo... quando la milza si indebolisce, non si indebolisce soltanto il corpo. Si indebolisce qualcosa di più sottile... la forza d’animo.
La capacità di affrontare le difficoltà senza crollare... la resilienza emotiva, la sensazione profonda di potercela fare. Quando la milza è in sofferenza, spesso la persona è stanca di lottare. Non sempre lo dice... a volte sorride, a volte funziona. Ma dentro ha la sensazione di essere svuotata. Come se ogni difficoltà fosse una montagna in più da scalare con le gambe già tremanti. Non è fragilità... é proprio esaurimento profondo, é aver dato troppo senza essersi mai realmente nutriti.
E qui entra in scena il pancreas, il grande regolatore della dolcezza.
Colui che decide quanta energia immediata può circolare nel sangue, quanta dolcezza può essere usata e quanta va tenuta da parte. Insulina, zuccheri, digestione. Ma anche, e soprattutto, piacere, gioco, capacità di godere della vita senza colpa. Il pancreas soffre quando la vita diventa solo dovere, quando tutto è regolato, misurato, controllato. Quando non c’è spazio per lo svago, per il piacere spontaneo, per l’imperfezione. Quando si vive come si deve ma non come si sente.
E attenzione, questo non riguarda solo chi ha il diabete, riguarda moltissime persone che tengono tutto sotto controllo, tranne la propria gioia. Le disfunzioni profonde del pancreas parlano spesso di una vita vissuta sotto regole rigide. Regole interiori prima ancora che esteriori. “Devo essere così.” “Non posso permettermelo.” “Prima il dovere, poi, forse, il piacere.”
Solo che quel... poi... non arriva mai. Il corpo, allora, fa quello che può. Trattiene zuccheri, li accumula. Oppure, al contrario, non riesce più a trattenerli affatto. L’iperglicemia non è solo un eccesso di zuccheri nel sangue é spesso una difficoltà profonda a ricevere dolcezza dalla vita. È come se il corpo dicesse:
“Se non arriva dall’esterno, me la tengo io, la accumulo e la difendo.”
Molte storie di iperglicemia parlano di infanzie dure, di padri autoritari, di eccesso di regole, di amore condizionato. Oppure di madri che sono state l’unico rifugio, l’unica fonte di dolcezza, trasformando il cibo in consolazione, protezione, rifugio emotivo. Non a caso si parla di madre = cibo.
Quando la dolcezza emotiva manca, quella materiale aumenta e con essa il peso. Non solo corporeo, ma esistenziale. L’aumento di peso, in questo senso, non è solo accumulo di grasso... é ricerca inconscia di protezione. È il tentativo di smussare le angolazioni della vita, di rendere il mondo meno tagliente, meno ostile. È come costruirsi un cuscino attorno, sperando che attutisca i colpi... ma il paradosso è crudele, più ci si protegge così, più ci si sente separati. Più si accumula, più si ha fame, non di zucchero, di dolcezza vera.
L’ipoglicemia racconta l’altra faccia della stessa medaglia. Qui non si tratta di trattenere, ma di negarsi. La difficoltà di ricevere, la sensazione di non meritare il bello, l’auto-colpevolizzazione costante, il vivere in sottrazione. Chi soffre di ipoglicemia spesso ha imparato presto che la dolcezza non era concessa. Che bisognava guadagnarsela o che non c’era spazio per lei. Il corpo, allora, impara a non trattenere zuccheri, così come la persona non trattiene piacere, bellezza, nutrimento emotivo. È una vita vissuta a risparmio, anche quando non ce ne sarebbe bisogno.
E qui torniamo alla riflessione più profonda, quella che molti trovano scomoda. La dolcezza del creato siamo noi stessi, non è fuori... non è qualcosa da accumulare, da comprare, da ingerire in eccesso. È qualcosa che si genera, per ricevere dolcezza, bisogna prima svuotarsi da essa. Espanderla, donarla. È controintuitivo, lo so, ma è così che funziona la vita. Le dolcezze più grandi non sono quelle che tratteniamo, ma quelle che condividiamo.
Quando una persona si chiude in un mondo amaro, convinta che la vita sia stata ingiusta, che gli altri abbiano avuto di più, che il destino sia stato avaro, cosa succede?Espande amarezza, assorbe amarezza e cerca disperatamente dolcezza materiale per compensare... zuccheri, cibo, piaceri rapidi, sostituti. Ma nessuno di questi colma davvero.
La milza e il pancreas, insieme, raccontano una storia precisa, non si può vivere solo di controllo e sopravvivenza, il corpo non è progettato per una vita senza gioia. La disciplina senza dolcezza diventa rigidità, la forza senza nutrimento diventa esaurimento. Ringraziare la vita anche quando sembra assurdo farlo non è buonismo é fisiologia profonda. È un atto che riorienta il sistema nervoso, il sistema immunitario, il metabolismo.
Il sorriso fatto tra le lacrime non è una frase poetica... é una medicina potente, per sé e per gli altri. E no, non sto dicendo che basti pensarla positiva. Sto dicendo che il corpo registra ogni pensiero ripetuto, ogni emozione trattenuta, ogni piacere negato, ogni dovere imposto senza respiro. E prima o poi presenta il conto. Milza e pancreas non chiedono perfezione, chiedono verità, spazio, chiedono che la vita non sia solo una lista di regole da rispettare, ma un’esperienza da sentire.
La dolcezza non si trattiene, si irradia e quando smettiamo di accumularla per paura di perderla, il corpo smette di difendersi e ricomincia a vivere. Questo è il punto che molti saltano... e il corpo, puntualmente, glielo ricorda.
XO - Patrizia Coffaro