01/11/2025
𝗨𝗻𝗮 𝗳𝗮𝗺𝗶𝗴𝗹𝗶𝗮 𝗹𝗶𝗯𝗲𝗿𝗮 𝘀𝗼𝘁𝘁𝗼 𝗮𝗰𝗰𝘂𝘀𝗮: 𝗰𝗼𝘀𝗶̀ 𝗹𝗼 𝗦𝘁𝗮𝘁𝗼 𝗽𝘂𝗻𝗶𝘀𝗰𝗲 𝗰𝗵𝗶 𝗿𝗶𝗳𝗶𝘂𝘁𝗮 𝗶𝗹 𝘀𝗶𝘀𝘁𝗲𝗺𝗮
In un’Italia dove la libertà di scelta sembra valere solo quando coincide con la normalità imposta, la storia di Catherine Birmingham e Nathan Trevallion è diventata un caso politico, giudiziario e culturale.
Una coppia che ha scelto di vivere fuori dal sistema, in un’ex casa colonica tra i boschi di Palmoli, in provincia di Chieti - senza bollette, senza scuola tradizionale, ma con acqua di pozzo, pannelli solari e una quotidianità scandita dal ritmo della natura. Una scelta consapevole, pacifica e del tutto autonoma. Eppure, per lo Stato, è un problema da correggere.
La Procura per i minori dell’Aquila ha chiesto la sospensione della potestà genitoriale: i tre figli della coppia - una bambina di otto anni e due gemelli di sei - rischiano di essere strappati alla loro famiglia. Il motivo? Non frequentano la scuola tradizionale, ma seguono un percorso di unschooling, un metodo educativo libero e riconosciuto anche in Italia, che si fonda sull’apprendimento naturale e sull’esperienza diretta. 𝐍𝐞𝐬𝐬𝐮𝐧𝐚 𝐯𝐢𝐨𝐥𝐞𝐧𝐳𝐚, 𝐧𝐞𝐬𝐬𝐮𝐧 𝐝𝐞𝐠𝐫𝐚𝐝𝐨, 𝐧𝐞𝐬𝐬𝐮𝐧 𝐚𝐛𝐛𝐚𝐧𝐝𝐨𝐧𝐨: 𝐬𝐨𝐥𝐨 𝐮𝐧 𝐦𝐨𝐝𝐨 𝐝𝐢𝐯𝐞𝐫𝐬𝐨 𝐝𝐢 𝐯𝐢𝐯𝐞𝐫𝐞.
Tutto è partito da un episodio fortuito. Un’intossicazione da funghi nel settembre 2024 che ha portato i soccorsi nella loro casa. Da lì, la macchina del controllo si è messa in moto: relazioni dei servizi sociali, sopralluoghi, giudizi morali travestiti da “tutela del minore”. Le “condizioni abitative non idonee”, scrivono gli operatori. Come se la dignità della vita dipendesse da una presa elettrica o da un contratto con l’ENEL.
Ma la verità è che Catherine e Nathan non vivono ai margini. Fanno la spesa, hanno una pediatra, lavorano online, si sostentano con poco e in modo pulito. “𝐴𝑏𝑏𝑖𝑎𝑚𝑜 𝑠𝑐𝑒𝑙𝑡𝑜 𝑙𝑎 𝑠𝑒𝑚𝑝𝑙𝑖𝑐𝑖𝑡𝑎̀ 𝑒 𝑙𝑎 𝑐𝑜𝑛𝑛𝑒𝑠𝑠𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑐𝑜𝑛 𝑙𝑎 𝑛𝑎𝑡𝑢𝑟𝑎. 𝑁𝑜𝑛 𝑠𝑖𝑎𝑚𝑜 𝑖𝑠𝑜𝑙𝑎𝑡𝑖, 𝑖 𝑛𝑜𝑠𝑡𝑟𝑖 𝑓𝑖𝑔𝑙𝑖 𝑠𝑡𝑎𝑛𝑛𝑜 𝑏𝑒𝑛𝑒 𝑒 𝑠𝑜𝑛𝑜 𝑓𝑒𝑙𝑖𝑐𝑖”, spiega Catherine, ex istruttrice di equitazione ora consulente spirituale.
𝗗𝗶𝗲𝘁𝗿𝗼 𝗾𝘂𝗲𝘀𝘁𝗮 𝘀𝘁𝗼𝗿𝗶𝗮 𝗻𝗼𝗻 𝗰’𝗲̀ 𝗱𝗲𝗴𝗿𝗮𝗱𝗼, 𝗺𝗮 𝗮𝘂𝘁𝗼𝗻𝗼𝗺𝗶𝗮. 𝗡𝗼𝗻 𝗰’𝗲̀ 𝘁𝗿𝗮𝘀𝗰𝘂𝗿𝗮𝘁𝗲𝘇𝘇𝗮, 𝗺𝗮 𝗹𝗶𝗯𝗲𝗿𝘁𝗮̀. Ed è proprio questa libertà a spaventare lo Stato: quella di dire “no” a un modello di vita basato sul consumo, sulla dipendenza economica e sull’obbedienza educativa. Perché chi rifiuta di vivere secondo le regole del mercato, chi non delega l’educazione dei figli al pensiero unico della scuola statale, diventa subito “anormale”, “pericoloso”, “da correggere”.
Invece di proteggere la diversità, lo Stato interviene per normalizzarla. Si erge a giudice di uno stile di vita che non danneggia nessuno, ma che rappresenta una minaccia simbolica per l’ordine costituito. Catherine e Nathan hanno scelto la sobrietà, l’autosufficienza e un’educazione fondata sulla curiosità e non sull’obbligo. 𝐏𝐞𝐫 𝐪𝐮𝐞𝐬𝐭𝐨 𝐫𝐢𝐬𝐜𝐡𝐢𝐚𝐧𝐨 𝐝𝐢 𝐩𝐞𝐫𝐝𝐞𝐫𝐞 𝐢 𝐥𝐨𝐫𝐨 𝐟𝐢𝐠𝐥𝐢.
È l’ennesimo paradosso di un Paese che difende la libertà solo a parole, ma punisce chi la pratica davvero.
La vera domanda non è se la loro casa sia “adeguata”, ma se lo sia una società che non tollera più chi vuole vivere senza essere schiavo del sistema.
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