Dott.ssa Roberta Riccucci Psicologa

Dott.ssa Roberta Riccucci Psicologa Servizi di Psicologia Servizi di Psicologia alla Persona, alla Coppia, alla Famiglia, alle Organizzazioni. Sessuologia e sostegno all'infertilità di Coppia.

Gruppi psicoeducativi.

21/11/2025
16/11/2025
01/11/2025

𝗨𝗻𝗮 𝗳𝗮𝗺𝗶𝗴𝗹𝗶𝗮 𝗹𝗶𝗯𝗲𝗿𝗮 𝘀𝗼𝘁𝘁𝗼 𝗮𝗰𝗰𝘂𝘀𝗮: 𝗰𝗼𝘀𝗶̀ 𝗹𝗼 𝗦𝘁𝗮𝘁𝗼 𝗽𝘂𝗻𝗶𝘀𝗰𝗲 𝗰𝗵𝗶 𝗿𝗶𝗳𝗶𝘂𝘁𝗮 𝗶𝗹 𝘀𝗶𝘀𝘁𝗲𝗺𝗮

In un’Italia dove la libertà di scelta sembra valere solo quando coincide con la normalità imposta, la storia di Catherine Birmingham e Nathan Trevallion è diventata un caso politico, giudiziario e culturale.
Una coppia che ha scelto di vivere fuori dal sistema, in un’ex casa colonica tra i boschi di Palmoli, in provincia di Chieti - senza bollette, senza scuola tradizionale, ma con acqua di pozzo, pannelli solari e una quotidianità scandita dal ritmo della natura. Una scelta consapevole, pacifica e del tutto autonoma. Eppure, per lo Stato, è un problema da correggere.

La Procura per i minori dell’Aquila ha chiesto la sospensione della potestà genitoriale: i tre figli della coppia - una bambina di otto anni e due gemelli di sei - rischiano di essere strappati alla loro famiglia. Il motivo? Non frequentano la scuola tradizionale, ma seguono un percorso di unschooling, un metodo educativo libero e riconosciuto anche in Italia, che si fonda sull’apprendimento naturale e sull’esperienza diretta. 𝐍𝐞𝐬𝐬𝐮𝐧𝐚 𝐯𝐢𝐨𝐥𝐞𝐧𝐳𝐚, 𝐧𝐞𝐬𝐬𝐮𝐧 𝐝𝐞𝐠𝐫𝐚𝐝𝐨, 𝐧𝐞𝐬𝐬𝐮𝐧 𝐚𝐛𝐛𝐚𝐧𝐝𝐨𝐧𝐨: 𝐬𝐨𝐥𝐨 𝐮𝐧 𝐦𝐨𝐝𝐨 𝐝𝐢𝐯𝐞𝐫𝐬𝐨 𝐝𝐢 𝐯𝐢𝐯𝐞𝐫𝐞.

Tutto è partito da un episodio fortuito. Un’intossicazione da funghi nel settembre 2024 che ha portato i soccorsi nella loro casa. Da lì, la macchina del controllo si è messa in moto: relazioni dei servizi sociali, sopralluoghi, giudizi morali travestiti da “tutela del minore”. Le “condizioni abitative non idonee”, scrivono gli operatori. Come se la dignità della vita dipendesse da una presa elettrica o da un contratto con l’ENEL.

Ma la verità è che Catherine e Nathan non vivono ai margini. Fanno la spesa, hanno una pediatra, lavorano online, si sostentano con poco e in modo pulito. “𝐴𝑏𝑏𝑖𝑎𝑚𝑜 𝑠𝑐𝑒𝑙𝑡𝑜 𝑙𝑎 𝑠𝑒𝑚𝑝𝑙𝑖𝑐𝑖𝑡𝑎̀ 𝑒 𝑙𝑎 𝑐𝑜𝑛𝑛𝑒𝑠𝑠𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑐𝑜𝑛 𝑙𝑎 𝑛𝑎𝑡𝑢𝑟𝑎. 𝑁𝑜𝑛 𝑠𝑖𝑎𝑚𝑜 𝑖𝑠𝑜𝑙𝑎𝑡𝑖, 𝑖 𝑛𝑜𝑠𝑡𝑟𝑖 𝑓𝑖𝑔𝑙𝑖 𝑠𝑡𝑎𝑛𝑛𝑜 𝑏𝑒𝑛𝑒 𝑒 𝑠𝑜𝑛𝑜 𝑓𝑒𝑙𝑖𝑐𝑖”, spiega Catherine, ex istruttrice di equitazione ora consulente spirituale.

𝗗𝗶𝗲𝘁𝗿𝗼 𝗾𝘂𝗲𝘀𝘁𝗮 𝘀𝘁𝗼𝗿𝗶𝗮 𝗻𝗼𝗻 𝗰’𝗲̀ 𝗱𝗲𝗴𝗿𝗮𝗱𝗼, 𝗺𝗮 𝗮𝘂𝘁𝗼𝗻𝗼𝗺𝗶𝗮. 𝗡𝗼𝗻 𝗰’𝗲̀ 𝘁𝗿𝗮𝘀𝗰𝘂𝗿𝗮𝘁𝗲𝘇𝘇𝗮, 𝗺𝗮 𝗹𝗶𝗯𝗲𝗿𝘁𝗮̀. Ed è proprio questa libertà a spaventare lo Stato: quella di dire “no” a un modello di vita basato sul consumo, sulla dipendenza economica e sull’obbedienza educativa. Perché chi rifiuta di vivere secondo le regole del mercato, chi non delega l’educazione dei figli al pensiero unico della scuola statale, diventa subito “anormale”, “pericoloso”, “da correggere”.

Invece di proteggere la diversità, lo Stato interviene per normalizzarla. Si erge a giudice di uno stile di vita che non danneggia nessuno, ma che rappresenta una minaccia simbolica per l’ordine costituito. Catherine e Nathan hanno scelto la sobrietà, l’autosufficienza e un’educazione fondata sulla curiosità e non sull’obbligo. 𝐏𝐞𝐫 𝐪𝐮𝐞𝐬𝐭𝐨 𝐫𝐢𝐬𝐜𝐡𝐢𝐚𝐧𝐨 𝐝𝐢 𝐩𝐞𝐫𝐝𝐞𝐫𝐞 𝐢 𝐥𝐨𝐫𝐨 𝐟𝐢𝐠𝐥𝐢.

È l’ennesimo paradosso di un Paese che difende la libertà solo a parole, ma punisce chi la pratica davvero.

La vera domanda non è se la loro casa sia “adeguata”, ma se lo sia una società che non tollera più chi vuole vivere senza essere schiavo del sistema.

Segui 👉 Lo Sai

26/10/2025

— E tu cosa vuoi essere, Ju-Yung? — mi chiese mio padre, mentre portavamo insieme un sacco di riso.
— Non lo so — risposi — ma non questo.

Sono nato ad Asan, un villaggio così povero che perfino la terra sembrava prestata.
A casa eravamo in tanti: se uno piangeva, l’altro doveva aspettare il suo turno.
Mangiavamo una volta al giorno. A volte nemmeno quella.
Mia madre cucinava quel poco che avevamo in una pentola senza coperchio,
e mio padre ripeteva che la terra era l’unica certezza nella vita.

Ma io non volevo la terra.
Né il riso.
Né la rassegnazione.

A sedici anni, senza un centesimo, me ne andai.
Camminai per più di duecento chilometri fino a Seoul.
A piedi nudi, con un asciugamano al collo, un cambio di vestiti
e la fame come unico motore.

— Sai fare qualcosa? — mi chiesero al mio primo lavoro.
— So provarci — dissi.

Fui assistente muratore, poi operaio, poi falegname.
Dormivo sul pavimento dei cantieri o in stanze affittate a ore.
Mi avvolgevo nei giornali per non morire di freddo.
Mi promisi che ogni notte passata sul pavimento
sarebbe stata un mattone in più per costruire la mia casa.

Col tempo aprii un piccolo laboratorio.
Mi sentivo invincibile… finché non mi truffarono.
Persi tutto.
La vergogna mi divorava più della fame.
Pensai di arrendermi. Pensai di tornare indietro.

Ma una mattina, seduto sul marciapiede, con le mani sporche di grasso,
mi dissi: — Se hai già perso tutto, non hai più nulla da temere. —

E ci provai di nuovo.
E fallii di nuovo.
E ricominciai.

Finché quel laboratorio non crebbe.
Diventò una piccola impresa.
La chiamai Hyundai.

— Chi si fiderebbe di un contadino per costruire automobili? — ridevano.
— Chi crede nell’impossibile — rispondevo.

Così nacque la Hyundai Pony, la prima automobile coreana.
Non era bella, né veloce… ma era nostra.
La gente la toccava come fosse un miracolo.
Alcuni piangevano. Anch’io.
Perché quella macchina non aveva solo ruote: aveva una storia.

Non sono mai andato all’università.
Nessuno mi ha insegnato finanza, meccanica o leadership.
Ho imparato con le mani, con gli errori, con la dignità.

— E se ti andasse di nuovo male? — mi chiedevano.
— Allora ricomincio da capo. —

Oggi molti conoscono il marchio.
Pochi conoscono la storia.
Io non ho avuto fortuna, né titoli, né un nome importante.
Ho avuto solo un’idea: che l’origine non definisce il destino.

E per questo te lo dico, con il cuore alto:

Se non hai soldi, ma hai coraggio… continua.
Se nessuno crede in te, ma tu sì… continua.

Perché a volte la vita non chiede altro:
un’anima che si rifiuta di arrendersi.

E se un giorno vedrai passare una Hyundai,
ricorda che una volta era solo il sogno
di un bambino senza scarpe.

18/10/2025

Lo avevano privato di tutto.
Della casa, dei libri, dei pazienti, perfino del nome.
Sui documenti del campo c’era solo un numero: 119 104.
Ma Viktor Frankl, psichiatra austriaco di Vienna, continuò a fare l’unica cosa che nessun muro poteva impedirgli: curare l’anima.

Fu deportato prima a Theresienstadt, poi a Auschwitz e infine a Dachau.
Ogni giorno vedeva uomini spegnersi non per fame, ma per mancanza di senso.
E lì, nel cuore dell’inferno, comprese una verità che avrebbe cambiato la psicologia moderna:
anche quando tutto è perduto, la libertà ultima dell’uomo è scegliere il proprio atteggiamento davanti al destino.

Cominciò a parlare ai compagni di baracca, a sostenerli con poche parole, a farli aggrappare a un pensiero, a un ricordo, a un perché.
Un figlio da rivedere.
Un amore da ritrovare.
Un lavoro da finire.
Un sogno ancora possibile.

Molti sopravvissero grazie a quella scintilla invisibile.
Altri morirono, ma con una pace che nessuna guardia poté rubare.

Quando la guerra finì, Frankl pesava poco più di quaranta chili.
Aveva perso la famiglia, la moglie, tutto ciò che possedeva.
Ma portava con sé un manoscritto scritto a memoria:
le basi di una nuova terapia, nata tra il filo spinato e la disperazione.

La chiamò logoterapia — “la cura attraverso il significato”.
Insegnerà al mondo che non si guarisce soltanto con le medicine, ma con uno scopo.
Nel 1946 pubblicò Uno psicologo nei lager, un libro tradotto in decine di lingue.

Scrisse:
«Chi ha un perché, può sopportare ogni come.»

Parole nate in un campo di sterminio, che ancora oggi curano chi si è perso nella vita.


Perché finché l’uomo trova un senso, neppure l’oscurità può vincerlo.

08/10/2025

Nel 2007, un uomo di 44 anni si recò in un ospedale francese per un semplice fastidio alla gamba.
Niente faceva pensare a qualcosa di grave. Ma ciò che i medici scoprirono sembrava impossibile:
il suo cervello si era assottigliato fino a formare solo un sottile strato di tessuto cerebrale, compresso contro le pareti del cranio.
Si racconta che ne fosse rimasto appena il 10%.
Eppure, quell’uomo viveva una vita del tutto normale.

Era sposato, aveva figli, lavorava, parlava, ragionava.
Era perfettamente cosciente di sé.
Il suo caso, pubblicato sulla rivista The Lancet, lasciò la comunità scientifica senza parole:
come può un essere umano pensare, amare, muoversi e ricordare, con così poco cervello funzionante?

Gli esami rivelarono che l’uomo soffriva di idrocefalia fin dall’infanzia — una condizione in cui il liquido cerebrospinale si accumula nel cranio, comprimendo lentamente il tessuto cerebrale.
Nel suo caso, quel processo era durato decenni, e il cervello, invece di spegnersi, aveva reagito nel modo più straordinario possibile:
si era riorganizzato.

Il neuroscienziato belga Axel Cleeremans suggerì che il suo cervello rappresentava la prova più potente della plasticità cerebrale, la capacità del sistema nervoso di adattarsi e ridisegnarsi per sopravvivere.
Quel tessuto rimasto aveva imparato, col tempo, ad assumere le funzioni dell’intero cervello — a pensare, ricordare, sentire, amare.
Era come se l’organo più misterioso del corpo umano avesse ricreato se stesso da zero.

Questo caso ha ridefinito i confini della neuroscienza e della coscienza.
Ha dimostrato che non è la quantità di cervello a determinare chi siamo, ma la sua capacità di reinventarsi, di adattarsi, di non arrendersi.

In fondo, forse l’essenza dell’essere umano non sta nella materia grigia,
ma in quella scintilla invisibile che lo spinge a ricominciare, anche quando sembra impossibile.

Buon inizio d'anno ❤️
02/09/2025

Buon inizio d'anno ❤️

Indirizzo

Via Del Lavoro 18
Vetralla
01019

Telefono

+393381901272

Sito Web

Notifiche

Lasciando la tua email puoi essere il primo a sapere quando Dott.ssa Roberta Riccucci Psicologa pubblica notizie e promozioni. Il tuo indirizzo email non verrà utilizzato per nessun altro scopo e potrai annullare l'iscrizione in qualsiasi momento.

Contatta Lo Studio

Invia un messaggio a Dott.ssa Roberta Riccucci Psicologa:

Condividi

Share on Facebook Share on Twitter Share on LinkedIn
Share on Pinterest Share on Reddit Share via Email
Share on WhatsApp Share on Instagram Share on Telegram

Digitare