23/12/2025
COMPRENDERE LA DEPRESSIONE
Definiamo innanzitutto la sofferenza psicologica, come il prodotto di una disfunzionalità nella costruzione di un significato personale e soggettivo in ragione di uno o più scopi. Parliamo di significati, scopi e direzioni che definiscono e caratterizzano il senso stesso dell’esistere dell’uomo nello scorrere del suo tempo. Per meglio dire, di come l’uomo percepisce il suo esistere ed il suo muoversi nella costruzione di uno scenario entro il quale ritrovare una sua propria identità. Con disfunzionalità, si intende banalmente ciò che, per qualche ragione, non appare funzionale al benessere della persona e non contribuisce ad alcun tipo di miglioramento nella qualità di vita
Appare evidente come gli esseri umani non siano degli scienziati rigorosi che analizzano la realtà per arrivare alla “verità”, ma siano piuttosto pragmatici con una naturale tendenza a pre-occuparsi (tendenza esacerbata in alcuni disturbi) al fine di evitare errori che considerano gravi per la propria persona. Chi soffre di depressione solitamente è in grado di intuire gli errori di ragionamento e come lo stato di umore incida negativamente sulle proprie azioni e scelte di vita, così come di elaborare ipotesi e strategie alternative più efficaci. Tuttavia questa capacità non sempre è sufficiente a spingerli ad operare un reale cambiamento positivo ed abbandonare la convinzione disfunzionale centrale. Questo perché il peso di quella che potrebbe essere una condotta omissiva conducente ad una conseguenza negativa o problema appare nella mente del paziente più influente di tutto il resto. In sintesi, il paziente evita di rischiare e permane nella via cautelativa esattamente come fanno i fobici che non si espongono per restare in sicurezza pur essendo consapevoli della sproporzione tra timore ed oggetto fobico stesso.
Gli individui con depressione vivono la quotidianità non come una ricerca di significato ma come una costante perdita che pur talvolta non sanno ben definire (genericamente “benessere”). I disturbi depressivi operano una sorta di blocco ove la valutazione di un senso di perdita e fallimento non vengono mai elaborati. Vi sono varie fasi del lutto e della perdita: dalla presa di coscienza alla ricerca del recupero del bene perduto, dall’accettazione fino alla riorganizzazione del proprio mondo interiore. Questo processo implica che alla fine l’individuo in qualche modo rinunci all’oggetto perduto (oggetto inteso in senso generico) e cominci ad investire in altri beni.
Vi sono alcune teorie riguardanti il permanere del blocco cui si accennava poco fa, vediamoli:
- la tendenza a valutare criticamente i propri stati interni: gli stati interni vengono presi come riferimento assoluto confondendo quindi soggettività ed oggettività. Esempio, nella chiusura di una relazione, si guarderanno solo gli aspetti che giudichiamo positivi, quelli che ci mancano e la cui assenza ci fa soffrire, trascurando quelli più invalidanti. Se sto così male vuol dire che il rapporto con il mio o la mia ex era fondamentale”. “Se mi ha lasciato è perché non dispongo di un grande valore” ecc. La perdita non viene percepita solo come dolorosa ma come catastrofica che porta ad un cambiamento della situazione di vita percepito come drammatico e irreversibile.
Vi è quindi una tendenza a perseguire una sorta di autocritica negativa nei confronti di sé che paradossalmente il paziente sente di meritare e di dover portare avanti. Ciò proprio in maniera paradossale appaga la necessità di una narrazione che tenda a confermare la propria vulnerabilità. Questo porta ad un vantaggio secondario: siccome sono debole non sono in grado di aiutarmi da solo oppure nessuno è in grado di aiutarmi oppure nessuna soluzione o tentativo potrà davvero aiutarmi e ciò contribuisce a mantenere il paziente nella narrazione che si è scelto, conducendolo, pur in una condizione di malessere e disagio, ad evitare ogni tipo di responsabilità ed azione che possa portare ad un cambiamento. Purtuttavia si mantengono solitamente attivi la ruminazione ed il rimuginio quali tentativi disfunzionali di soluzione. Disfunzionali in quanto non fanno che accrescere l’attenzione sulla convinzione disfunzionale centrale. Più ci si concentra su tali soluzioni inefficaci e dannose e più si starà male e più questo sentirsi male tenderà ad alimentare il processo precedente in un circolo vizioso senza fine.
- Simile al precedente, vi è anche la tendenza a valutare negativamente la propria componente somatica. Più il paziente resta inattivo e meno energie avrà a disposizione e più si avvertirà stanco e meno sarà motivato ad agire in un circolo vizioso.
-Credenze idealistiche divengono standard normativi. “La normalità è avere un/a compagno/a”, “La normalità è essere “(felici)”. Si creano degli assoluti generici, cosa si intende con “essere felici?”, con pochi riferimenti alla quotidianità pratica e che non tengono conto del gioco di equilibri che si manifesta nel corso della vita. Tali assoluti divengono poi doverizzazioni difficilmente attuabili.
- Il senso di perdita può riguardare relazioni interrotte ma anche obiettivi più personali e individuali. Esempio, interrompere una attività professionale o anche di puro svago per la convinzione di non riuscire più a “esserci”. Pur se queste cose vengono volontariamente interrotte, la loro accettazione diviene difficile in quanto implica per la persona la rinuncia al bene stesso ed un ulteriore allontanamento dal precedente concetto di “felicità”.
Un ulteriore considerazione riguarda ciò che viene inteso come progetto di vita ovvero un insieme di scopi, valori e direzioni che caratterizzano le nostre scelte di vita. Spesso l’individuo non è consapevole del proprio progetto di vita o lo conosce solo in parte. Avere scopi esistenziali attivi e perseguirli ci permette di dare senso e direzione alla nostra esistenza. Avere un progetto che riguarda diverse aree (lavoro, affettività, relazioni ecc) ci protegge dalla depressione. Quando gli scopi di vita vengono rappresentati in negativo si trasformano in anti-scopi: non uno stato da raggiungere (benessere) ma uno stato da evitare (perdita, allontanamento). Il mantenimento di un progetto monotematico i cui pochi obiettivi vengono iperinvestiti ed il cui raggiungimento viene legato al valore personale possono col tempo portare a rassegnazione ed in conseguenza ad una diminutio delle proprie possibilità di vita, del senso del proprio valore e delle proprie risorse.
La terapia cognitivo-comportamentale va a lavorare su tutti gli aspetti sopra elencati: sul riconoscimento del legame tra pensieri, emozioni e comportamenti, sulla normalizzazione degli standard personali, l’accettazione della perdita, l’arricchimento del progetto di vita ed in generale sul cambiamento degli schemi depressogeni.