06/11/2020
Pubblico qui una serie di riflessioni su adolescenza, conflitto e identità, scritte alcune mesi fa ed ora, mi rendo conto, tanto più attuali alla luce del 'secondo lockdown' che i nostri giovani stanno vivendo (subendo?).
Non lo si scopre certo ora, ma Oscar Wilde aveva l’occhio avanti: solo gli sciocchi non cambiano opinione.
Eppure, quanto siamo affezionati alle nostre storie sul mondo, alle narrazioni che ci costruiamo per restituircelo dotato di senso e provvisto di quel pizzico di prevedibilità e sicurezza che ci è necessaria per vivere quotidianamente.
Il bisogno di rimanere ancorati a ciò che ci è familiare, a certe visioni del mondo e delle persone a noi care – anche le più vicine, persino quando ciò provoca sofferenza e incomprensioni – è profondamente ed intrinsecamente umano.
Tuttavia, è il cambiamento a contraddistinguere la vita nelle sue molteplici espressioni e sfumature. Anche laddove i nostri sensi non ci permettono di cogliere tutto ciò che muta, nondimeno tutto cambia: in natura e nel mondo animale, così come nei sistemi umani. Il concetto di omeostasi, nato in fisica e poi esteso allo studio dei sistemi umani e sociali, illustra bene tale punto: l’equilibrio è un processo dinamico, che ha più a che fare con variazioni seppur minime intorno ad un valore di riferimento che non con la stasi, con l’immobilità.
Tutto ciò ricorda molto il meccanismo attraverso cui impariamo ad andare in bicicletta da piccini: per stare in equilibrio e non cadere rovinosamente per terra è necessario non soltanto non stare perfettamente immobili, ma anzi, oscillare un poco a destra e sinistra, in avanti e indietro. Giochiamo sempre sul filo, fintanto che i micro-movimenti che ci permettono di rimanere in sella non diventano per così dire automatici. Lo sanno bene gli equilibristi di professione, così come i bambini: all’inizio hanno bisogno di un appoggio multiplo, le rotelline o le braccia protettive dei familiari. In seguito, capito il trucco e affrontati spaventi e sbucciature, prendono il largo e trovano il loro equilibrio: che soddisfazione quell’istante in cui apprendono ad ‘andare da soli’! E ‘andare da soli’ non è mai un rimanere fermi: è il modo migliore che ciascuno trova non soltanto per crescere ed evolvere, ma anche per trovare quell’equilibrio mutevole che consente di restare coi piedi – o con le ruote – per terra. Ma gli errori, le cadute, i conflitti sono inevitabili, oltre che necessari.
Parliamo qui di adolescenti, ma forse sarebbe più opportuno parlare di ‘famiglie adolescenti’: spesso è il sistema familiare che fatica a reggere l’urto, a confrontarsi con la sfida.
Ma quale sfida? La provocazione lanciata dal ragazzo o dalla ragazza, improvvisamente irriconoscibili agli occhi dei genitori? O è forse una sfida per la famiglia tutta, altrettanto repentinamente sollecitata a trovare nuovi equilibri relazionali, interni e con l’esterno?
E ancora: chi deve cambiare, chi si deve rendere autonomo da chi? I figli dai genitori o il contrario? Magari entrambe le cose?
Tanti sono gli interrogativi che è doveroso lanciare per grattare la superficie di etichette e narrazioni che ingabbiano e colpevolizzano, da una parte gli adolescenti, accusati di apatia, strafottenza e insofferenza, dall’altra i genitori, con le loro mancanze e i loro bisogni narcisistici proiettati sui figli.
E poi: ci è utile polarizzare la questione in tal modo? Non sarebbe forse più opportuno – e sì, certamente più faticoso – accettare di stare nel conflitto?
Il conflitto fa paura, può essere doloroso e talvolta angosciante: si teme di perdere il contatto con se stessi, di rovinare una relazione importante. Rimanda alla guerra, alla morte. In realtà, per quanto moralmente inaccettabile, la guerra – portatrice di morte – ha in sé molta più vita e azione del suo opposto, la pace, che esiste solo in quanto mancanza di conflitto, come stasi, noia. La pace, dunque, paradossalmente, somiglia molto alla morte.
“E’ come se la guerra amplificasse qualcosa che appartiene alla natura umana e la pace volesse ignorare questo principio. Il principio è il conflitto.” (Buscema, 1994, p. 11).
Come si è detto, tutto muta, che noi lo vogliamo o no, che noi riusciamo a vederlo o no.
Anche la percezione che abbiamo di noi stessi è conflittuale, un mix di luci ed ombre, di emozioni rassicuranti e pensieri benevoli, ma anche di scarti, rifiuti che non ci fa piacere guardare, e che nondimeno esistono e sono destinati a ritornare, se non vengono illuminati, riconosciuti e fatti dialogare, a volte scontrare, con le parti ‘in luce’.
L’identità è conflitto, è rivendicazione, resistenza, opposizione, a tutti i livelli: l’identità di un popolo, di un gruppo, di una famiglia, di una coppia, di un genitore, di un figlio. O meglio, è un processo che si dispiega nel tempo, che per respirare necessita di spazio e spazi diversi, che riguarda il singolo ma anche il gruppo, che gioca di reciprocità e interconnessioni: come lo smottamento in una parte del terreno crea movimenti anche nelle zone vicine. Per crescere è necessario negare, opporsi a qualcun altro. Siamo spesso portati ad immaginare un tale processo evolutivo come lineare e coerente, finalizzato alla costruzione di un quadro finale che si pensa, o si desidererebbe, conoscere in anticipo. In realtà le cose seguono traiettorie divergenti, e prendono strade impreviste, ben più complesse.
Pertanto, ritornando ai nostri adolescenti: è quanto mai fondamentale per loro che quel qualcuno adulto significativo accetti la sfida, mostri di voler stare nel conflitto, non solo nel dialogo generazionale, ma anche nel dialogo con se stesso e con le proprie contraddizioni interne. Come possiamo essere educatori realmente efficaci se non rischiamo di affrontare anche le nostre zone d’ombra, i nostri conflitti interiori?
I ragazzi ci sentono, mostrando una sensibilità che talvolta ci stupisce. Essi hanno bisogno di percepire che dall’altra parte quel qualcuno c’è: non solo mostrando vicinanza affettiva e accudimento, ma anche disponibilità al confronto, volontà e capacità di stare nel conflitto, nelle note dissonanti.
Gli adolescenti provocano per sentire i confini della propria identità in divenire ma anche per sentire quel contenimento che, in fondo, desiderano e necessitano per crescere e sapere chi sono: per avere la sicurezza di essere amati malgrado e grazie al loro cambiamento.
Lo psicanalista Miguel Benasayag, in “Elogio del conflitto” (2008), così afferma: “Si tratta di capire in che modo l’essere umano, l’essere umano così com’è, l’essere umano con il suo fondo di costitutiva oscurità, possa costruire le condizioni di un vivere comune malgrado il conflitto e anzi attraverso il conflitto, mettendo fine al sogno o all’incubo di chi vorrebbe eliminare tutto ciò che vi è, in lui, di ingovernabile. L’ingovernabile è parte essenziale della realtà dell’uomo: ogni tentativo di negarlo o di assoggettarlo violentemente a una forma – di formattarlo, come potremmo dire d’ora in poi – è destinato a produrre un ritorno del rimosso o nel peggiore dei casi un’esplosione di barbarie.” (p.9). E ancora: “Solo nel dispiegarsi delle molteplici dimensioni dell’esistenza la vita può perdurare e può dispiegarsi appieno. Ogni elogio del conflitto è un elogio della vita. Ogni elogio del conflitto parla del conflitto come fondamento della vita.” (p. 206)
Può essere infine che il concetto di ‘natalità’, così magistralmente descritto da Hannah Arendt, abbia parecchio a che fare con ciò di cui si è parlato finora: “Come esseri umani, anche se siamo destinati a morire, siamo in realtà nati per ricominciare”.
Come ogni crisi e periodo di forte mutamento, anche l’adolescenza dei figli offre opportunità di crescita a tutto il sistema familiare. Spesso è la famiglia stessa, con le sue capacità di resilienza e grazie alle sue risorse interne ed esterne, a trovare nuovi equilibri, riuscendo ad auto-organizzarsi in maniera creativa e aperta al futuro.