Maurizio Montanari -Psicoanalista

Maurizio Montanari -Psicoanalista Psicoanalista. Psicoterapeuta. Riceve a Vignola, provincia di Modena e Valsamoggia. www.montanarimaurizio.com
www.liberaparola.com

27/03/2026

NESSUNA COLPA
Sul tredicenne che voleva uccidere la prof e il padre

Due storie tornano alla mente mentre i telegiornali raccontano la ferocia del ragazzo di tredici anni deciso a uccidere la sua insegnante di francese. La prima è quella di Anders Behring Breivik, autore degli attentati di Oslo e Utøya del 22 luglio 2011, in cui furono uccise 77 persone. La seconda è quella di Jamie Miller, il ragazzo al centro della serie Adolescence, costruito come figura di adolescente divorato dal risentimento e dall’umiliazione. Una storia è reale, l’altra immaginaria; ma entrambe mettono in scena la stessa grammatica dell’odio: lucidità, freddezza, pianificazione, assenza di colpa. 

In questi scenari non c’è il gesto impulsivo, non c’è il raptus che assolve la coscienza collettiva con una spiegazione sbrigativa. C’è invece qualcosa di più inquietante: la decisione fredda di sopprimere colui che viene avvertito come causa del proprio male. Non importa che il torto sia reale, ingigantito o del tutto fantastico; ciò che conta è la sua cristallizzazione interiore. Il nemico prende forma, si precisa, si incarna. E, una volta incarnato, chiede di essere abbattuto.

È qui che l’odio mostra il suo volto peggiore: quello paranoico. La paranoia, prima ancora che una diagnosi, è una forma di rapporto col mondo. È sospetto elevato a criterio universale, diffidenza che si fa sistema, interpretazione costante della realtà come trama ostile. Nella sua forma meno grave diventa stile: atteggiamento rigido, aggressivo, incapace di tollerare l’ambiguità, sempre pronto a leggere negli altri un’intenzione persecutoria. Nella sua forma più radicale rompe il legame con la realtà e si fa delirio: non più ipotesi, ma certezza assoluta; non più paura, ma verità intoccabile.

Allora il nemico smette di essere uno fra i tanti e diventa il nemico: il responsabile delle proprie ferite, delle proprie sconfitte, della propria umiliazione. Tutto si raccoglie attorno a quella figura. Tutto si semplifica. Il male, da oscuro e interno, viene proiettato fuori. E ciò che dentro era vissuto come mancanza, impotenza, vergogna, chiede una soluzione radicale: eliminare l’altro.

È questo il punto che troppo spesso sfugge al commento pubblico. Quando si invocano genericamente nuove misure contro la delinquenza giovanile, si manca il bersaglio. Qui non siamo semplicemente davanti a una trasgressione, né a una devianza sociale nel senso ordinario del termine. Qui siamo davanti a un solipsismo dell’odio, a una soggettività che si chiude su se stessa fino a non riconoscere più alcun legame. In quella chiusura l’altro non è più un interlocutore, un limite, un simile: diventa ostacolo, affronto, bersaglio.

Perché il ragazzo ha filmato le sue gesta? E perché, non di rado, anche alcuni assassini seriali conservano immagini, video, “souvenir” o tracce del proprio atto? Una prima risposta, sul piano criminologico, è che il delitto non si esaurisce nell’atto materiale: spesso viene preparato, ritualizzato, rivissuto e trasformato in scena.

In una chiave più propriamente psicoanalitica, si potrebbe dire che nella perversione l’azione non resta mai chiusa nel rapporto a due tra soggetto e vittima. C’è sempre, in qualche forma, un terzo: uno sguardo, un testimone, un Occhio davanti al quale l’atto prende consistenza. Non basta compiere l’atto; occorre anche inscriverlo in una scena, renderlo visibile, fissarlo, quasi consacrarlo. In questa prospettiva, filmare non serve solo a documentare: serve a costruire il teatro dell’azione e a darle una forma compiuta. La lettura lacaniana della perversione insiste proprio sul fatto che il soggetto perverso si colloca in una particolare relazione con l’Altro e con il godimento dell’Altro, più che nel semplice soddisfacimento pulsionale immediato. 

Per il soggetto sadico, allora, l’essere visto — o il potersi far vedere dopo, attraverso il video — non è un dettaglio secondario. È parte del dispositivo di godimento. La vittima soffre, il soggetto agisce, ma l’atto trova il suo completamento solo quando un terzo sguardo lo registra, lo garantisce, lo trasforma in spettacolo. In questo senso il video non è soltanto memoria dell’accaduto: è parte integrante dell’accadere stesso. Anche gli studi sul sadismo mostrano che, in certi profili violenti, il punto centrale non è solo infliggere dolore, ma trarre eccitazione dall’osservarlo e dal controllarne la messa in scena. 

Per questo, in alcuni autori di violenza estrema, l’atto non mira soltanto a colpire la vittima, ma anche a produrre una rappresentazione destinata a uno spettatore, fosse pure uno spettatore differito o immaginario. È qui che il delitto diventa teatro del dominio.

Per questo è troppo facile gettare la croce addosso agli insegnanti. Come se fosse sempre possibile decifrare per tempo i segni di una volontà omicida. Come se ogni abisso si lasciasse leggere in superficie. Non è così. Talvolta quei segni ci sono, ma sono opachi, intermittenti, contraddittori. Altre volte covano in silenzio, nei meandri più interrati della vita psichica, là dove nemmeno chi vi abita fino in fondo sa nominare ciò che lo divora.

E allora forse il punto non è fingere una rassicurante onnipotenza preventiva, ma riconoscere la natura di ciò che abbiamo davanti: non una semplice intemperanza adolescenziale, non una bravata degenerata, ma l’irruzione di un odio freddo che ha trovato il proprio volto. E che, proprio per questo, fa così paura.

In questa sede verranno riproposti i temi affrontati nel corso di criminologia tenutosi presso lai regione Lombardia , o...
19/03/2026

In questa sede verranno riproposti i temi affrontati nel corso di criminologia tenutosi presso lai regione Lombardia , organizzati da Anthea Group
Perchè nella coppia sovente vediamo esplodere manifestazioni di controllo, sadismo, annientamento, che in molti casi riempiono le pagine di cronaca.
Quali sono le derive degli amori 'digitali' e quali gli effetti sulla mente umana.
Cosa intende con il concetto di ' amore', e quali le componenti inconsce in gioco.
In calce, le info per prenotare

21/02/2026
21/02/2026

Oggi, presso la sala K**k del Senato della Repubblica, ho dato il .io contributo al gruppo interparlamentare per i diritti.
Ho ribadito la necessità di pensare e incardinato una legge che permetta un accesso pubblico alla psicoterapia, permettendo di dare parole al dolore, senza che la struttura pubblica abbia il solo psicofarmaco come punto di caduta di tanti soggetti sofferenti. Al contempo ho dato la mia disponibilità a contribuire al progetto che permetta un sostegno clinico ai carcerati e alle forze di polizia giudiziaria, troppo spesso lasciati soli nel momento della ideazione suicidaria

22/11/2025
Su questo tema l'Italia è in ritardo. Non solo per la presenza di venti retrogradi, ma anche perchè non esiste una diffu...
10/11/2025

Su questo tema l'Italia è in ritardo. Non solo per la presenza di venti retrogradi, ma anche perchè non esiste una diffusione capillare del concetti di depressione maggiore, e non abbiamo ancora compreso l'unità del desiderio del soggetto di scegliere.
Quale è la posizione etica da assumere nei confronti dei pazienti affetti da depressione intrattabile, quella melanconia profonda e strutturale, che consegna la loro vita ad una perenne posizione di oggetto scarto, ai margini della vita, in una costante ricerca di un posto nell’Altro che possa supplire a quel dato strutturale che fa del melanconico un esempio di vita priva di orizzonte: essere fuori squadra come dato costituivo, intrappolato in un cono d’ombra dell’esistenza che rende impossibile l’integrarsi col l’Altro. Ne trattai ampiamente in questa rubrica[1], quando ebbi modo di esporre al Congresso Europeo di psichiatria i dati modenesi del cosiddetto ‘suicido economico’, mostrando quel che la clinica mi ha indicato, vale a dire la posizione pericolosa che soggetti di questo tipo occupano in tempo di crisi e licenziamenti, della degradazione dell’uomo a cosa, evento letale per il melanconico.
Ho tratto spunto da diversi casi di cronaca, e da alcuni casi di pazienti visti in studio. Che fare quando ll desiderio, la scelta del soggetto, vira inequivocabilmente sul fine corsa? Quando il solo sollievo per pazienti di tal tipo è la cessazione di una vita per la quale essi stessi si sentono ‘inadatti’?
Abbiamo discusso attorno a questi casi. I quotidiani riportano che
L
Lucio Magri soffriva di una depressione totalizzante. Un lento scivolare nel buio provocato da un intreccio di ragioni, pubbliche e private. Sul fallimento politico – conclamato, evidentissimo – s'era innestato il dolore privato per la perdita di una moglie molto amata, Mara, che era il suo filtro con il mondo. Magri scelse di chiamarsi fuori scegliendo una modalità alla quale diversi pazienti fanno un crescente ricorso: la clinica svizzera ove è praticato il suicidio assistito.
Dopo diversi sopralluoghi, si fece accompagnare laddove si separò da una vita che non voleva piu’.
Virgina Wolf scrive al marito:
Carissimo,
sento con certezza che sto per impazzire di nuovo. Sento che non possiamo attraversare ancora un altro di quei terribili periodi. E questa volta non ce la farò a riprendermi. Comincio a sentire le voci, non riesco a concentrarmi. Così faccio la cosa che mi sembra migliore. Mi hai dato la più grande felicità possibile. Sei stato in ogni senso per me tutto ciò che una persona può essere. Non credo che due persone avrebbero potute essere più felici, finché non è sopraggiunto questo terribile male. Non riesco più a combattere. Lo so che sto rovinando la tua vita, che senza di me tu potresti lavorare. E lo farai, lo so. Vedi, non riesco nemmeno a esprimermi bene. Non riesco a leggere. Quello che voglio dirti è che devo a te tutta la felicità che ho avuto nella mia vita. Hai avuto con me un’infinita pazienza, sei stato incredibilmente buono. Voglio dirti che – lo sanno tutti. Se qualcuno avesse potuto salvarmi questo qualcuno eri tu. Tutto se ne è andato via da me, tranne la certezza della tua bontà. Non posso più continuare a rovinarti la vita.
Non credo che due persone avrebbero potuto essere più felici di quanto lo siamo stati noi.
Questi casi rimandano al dilemma illustrato da E. F. Wallace, quando scrive :
‘ La persona che ha una così detta "depressione psicotica" e cerca di uccidersi lo fa "per sfiducia" o per qualche altra convinzione astratta che il dare e avere nella vita non sono in pari. E sicuramente non lo fa perché improvvisamente la morte comincia a sembrarle attraente. La persona in cui l'invisibile agonia della Cosa raggiunge un livello insopportabile si ucciderà proprio come una persona intrappolata si butterà da un palazzo in fiamme. Qui la variabile è l'altro terrore, le fiamme del fuoco: quando le fiamme sono vicine, morire per una caduta diventa il meno terribile dei due terrori. Non è il desiderio di buttarsi; è il terrore delle fiamme. Eppure nessuno di quelli instrada che guardano in su e urlano "No!" e "Aspetta!" riesce a capire il salto. Dovresti essere stato intrappolato anche tu e aver sentito le fiamme, per capire davvero un terrore molto peggiore di quello della caduta”
Su questo tema ho confessato l’incrinatura delle mie certezze. La mia debolezza, il mio non sapere. Sento in tanti pazienti il raggiungimento di quella soglia di cui parla Lacan quando dice: ‘ Quanta ne potete sopportare di angoscia?’. E lo dico a fronte di anni passati a ricevere persone, anni nel corso dei quali ho maturato la convinzione che non tutte le vite siano degne di essere vissute. Da un lato ho la certezza della mia posizione professionale che mi porta a non arretrare mai davanti al buio, certo che la posizione etica dell’analista non deve mai ve**re meno di fronte al depresso grave, attraverso la presenza fisica, la voce, la reperibilità, la disponibilità all’ascolto. ( io che vidi un ‘terapeuta’ liberarsi di me ai primi accenni di insorgenza del buio,. so cosa significhi). Ma dall’altro come uomo ho esaurito le mie residue certezze. E vorrei che il legislatore, nel tempo, prendesse atto dello strazio dei viaggi all’estero di chi ha scelto che può bastare cos

I media belgi stanno raccontando la drammatica storia di una ragazza fiamminga che dalla preadolescenza accusa gravi sintomi depressivi e ha più volte te...

“Suicidi dentro e fuori il carcere: strumenti psicologici e giuridici di prevenzione e cura”Casa Circondariale di San Vi...
10/10/2025

“Suicidi dentro e fuori il carcere: strumenti psicologici e giuridici di prevenzione e cura”
Casa Circondariale di San Vittore (MI), 30 settembre 2025

Voglio ringraziare di cuore tutte le figure istituzionali intervenute, in particolare la Direttrice della C.C., dssa Elisabetta Palù.
Un grazie sentito anche all’Ufficio del Difensore Regionale di Regione Lombardia, al dr Gianalberico De Vecchi e alla dssa Annalisa Cavallo.

Ringrazio i relatori provenienti da diverse parti d’Italia — Pier Pietro Brunelli, Cinzia Mammoliti, Gaetano Marchese, Gianluca Barbiero, Paolo De Pasquali, Corrado Limentani, Roberto Ranieri, Simona Silvestro e don Domenico Cambareri — per il loro contributo prezioso.

Un grazie speciale al CED e agli agenti di Polizia Penitenziaria di San Vittore, e a Carlo Lio, senza il quale questo evento non avrebbe potuto realizzarsi.

Infine, grazie al pubblico presente e a Anthea Group per il sostegno.

Il panel del 30 settembre
25/09/2025

Il panel del 30 settembre

Ecco qua il mio articolo. A volte, per la disciplina che pratichi, cioè la psicoanalisi, serva anche un atto d'amore. Un...
15/08/2025

Ecco qua il mio articolo.
A volte, per la disciplina che pratichi, cioè la psicoanalisi, serva anche un atto d'amore.
Un atto d'amore che non passa per cercare di orientare il proprio lavoro seguendo la barra dell'etica, e vivendo di tormenti e dubbi. L'amore passa anche nel saper accettare le critiche, come quelle rivolte dal libro della Dottoressa Crisoldi del quale oggi tanto si parla.
La passione per la propria disciplina consiste nel NON seguire la facile via dello stracciarsi le vesti come Caifa ma, una per una, accogliere e rispondere alle critiche.
Ecco qua il mio testo mandato al Il Fatto Quotidiano

Buona lettura, e buon ferragosto.
' Uno psicoanalista, a fronte degli argomenti critici sollevati dal libro della dott.ssa Crisoldi nei confronti della psicoanalisi, deve saper rispondere senza isterismi, consapevole che la disciplina freudiana si è alquanto adattata ai bisogni e alle sofferenze del contemporaneo, ed è ormai lontana da una rappresentazione un po’ retrò che a volte se ne vuole dare.
Mi piace citare a questo proposito la celeberrima serie tv ‘ In treatment’, con Sergio Castellitto. I pazienti del dottor Mari costituiscono un fotogramma abbastanza fedele della realtà di un analista che ogni giorno accoglie una sofferenza diffusa, un molteplice confuso e disorientato che travalica il censo, la provenienza, e altre appartenenze più o meno riconosciute.
Non mente il film quando mostra un reale sporco, disordinato, alcolista e tossicomane, che non poco confligge con una certa idea, purtroppo ancora in voga, della pratica clinica come balocco profumato o disciplina asettica e d’elitès. Lo psicoanalista sa che l’epoca del consumismo salutista ha riempito gli scaffali di rimedi farmaceutici pronto uso per affanni dell’anima da poco sfornati dagli scriba del DSM, capaci di catalogare e tramutare tante sfumature dell’animo umano in ‘patologie’. Anni e anni di negazione della nostra interiorità hanno portato ad una generazione più incline alla pillola che non alla introspezione. Soggetti sfilacciati, disabbonati dall’inconscio, portatori di una identità non sempre ben definita (‘ mi dica di cosa soffro dottore’ ), non del tutto inseriti nel legame sociale, non completamente dentro alla famiglia, non convinti. Un po’ sofferenti, un po’ gaudenti nel loro soffrire. Un poco boh. Questi sono sempre di piu’ i nostri pazienti, oggi, segno evidente dell’adattarsi della psicoanalisi al contemporaneo.
Ciò detto, perché sempre più spesso la psicoanalisi finisce sul banco degli imputati e gli psicoanalisti vengono accusati di trasformarsi in “guru” cerca di adepti da irreggimentare in ambienti settari? Dopo il j’accuse di M. Onfray in Crepuscolo di un idolo, sono arrivati il feroce e unilaterale Il libro nero della psicoanalisi, Il caso Marilyn M. e altri disastri della psicoanalisi, fino all’ottimo Al di là delle intenzioni. Etica e analisi di Luigi Zoja.
La questione chiama in causa direttamente la formazione e l’etica dello psicoanalista, elementi che devono essere garantiti dalle associazioni analitiche le quali, formando e monitorando i loro appartenenti e aprendo ponti sul mondo e colloquiando con le altre scienze, possono immunizzare da qualsiasi deriva settaria.
Non dobbiamo stracciarci le vesti come Caifa, ma ragionarci sopra. Chi si sdraia oggi su un lettino analitico non ha precise garanzie di terzietà né protezione dagli errori: questo è un vulnus dell’instrumentum analitico.
Per questo è necessario che l’analista abbia esplorato a fondo le proprie zone d’ombra — quelle che conducono all’errore — e si assuma la responsabilità del proprio ruolo
Lacan lo dice chiaramente:
“Se si trascura quell’angolo dell’inconscio dell’analista, ne derivano vere e proprie zone cieche, con conseguenze anche gravi: misconoscimenti, interventi mancati o inopportuni, persino errori.”
Ecco perché uno psicoanalista deve essere parte di una rete che lo osservi, lo contenga e, se necessario, lo corregga, secondo la massima di Lacan
“L’analista deve pagare qualcosa per reggere la sua funzione. Paga in parola, paga con la sua persona. E deve pagare con un giudizio sulla sua azione. È il minimo che si possa pretendere.’
I commenti in rete al libro rimandando ad un'altra criticità: la poca luce che filtra, a volte, su ciò che accade all’interno del setting terapeutico. Ove sono possibili errori sfondamenti controtransferali. Mi spiego meglio: ogni buon analista sa, o dovrebbe sapere, che nel momento in cui la macchina transferale si mette in moto, egli diventa lo schermo di proiezione di scene passate alle quali viene chiamato a partecipare direttamente. Ma sa al contempo che non dovrebbe commettere l’errore di calarsi direttamente in loco appuntandosi sul petto le effigi che il paziente vuole che egli indossi La funzione dell'analista consiste nel non scambiarsi per quello che il soggetto vuole, riconoscere la propria posizione transeunte—quella di oggetto forato dalle dinamiche del paziente—rendendosi terzo, celandosi in una zona d’ombra.
E’ pertanto il lavoro su sé stessi portato al vaglio di un terzo che determina la capacità di un analista di garantire una posizione transeunte, cioè di terzietà, che tenga fuori dal setting pulsioni padronali, derive narcisiste o autoritarie.
L’analista deve sempre tenere conto di ciò che diceva Freud ‘ “Noi ci siamo decisamente rifiutati di fare del malato che si mette nelle nostre mani in cerca d’aiuto una nostra proprietà privata, di decidere del suo destino, di imporgli i nostri ideali e, con l’orgoglio del creatore, di plasmarlo a nostra immagine per far piacere a noi stessi”
Nelle mie diverse esperienze analitiche mi è toccato in sorte di fare brutti incontri, con esiti per me dannosi e causa di profondo malessere. Io ho incontrato la cattiva psicoanalisi. E’ solo dopo aver conosciuto ciò che la dottoressa illustra nel suo libro che mi sono messo alla rica della buona pratica analitica fondando su di essa il mestiere che oggi faccio. Un lavoro che consiste nell’avere a che fare ogni giorno con la sofferenza, la speranza, la disillusione. Con i sogni in frantumi delle persone che bussano al mio studio. Un luogo ove si depositano frammenti di umanità che consentono di osservare il mondo da un’angolatura particolare. Il quotidiano visto dal retro bottega dell’analista, sfrondato dagli orpelli dell’apparenza, svela zone grigie nelle quali luci ed ombre si fondono. Dove pulsioni profonde e verità intrecciano le loro strade. Dove il lecito si mescola al fuori legge, il piacere al dolore. Osservare il mondo dalla stanza dell’analista significa riconoscere che aveva ragione Céline quando affermava che ‘Tutto quello che è interessante accade nell’ombra, davvero. Non si sa nulla della vera storia degli uomini’.

Di padri, di madri e di fantasmi
01/08/2025

Di padri, di madri e di fantasmi

      Staccarsi dalle figure genitoriali è forse uno degli scogli   piu'  frequanti e tenaci nel corso di un analisi.     Un tema molte volte dichiarato e perseguito, in altri casi invece  una semplice ammissione di subordinazione  che vuole essere messa alla prova portandola al va...

05/07/2025

Voglio lasciare casa mia è la richiesta con la quale Luna si presenta in studio. Ha 25 anni e due genitori. Motiva la richiesta descrivendo una situazione conflittuale ove il padre, molto ricco e influente nella città, ha deciso che lei lavorerà nell’istituto di credito da lui diretto. Il suo d...

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