27/03/2026
NESSUNA COLPA
Sul tredicenne che voleva uccidere la prof e il padre
Due storie tornano alla mente mentre i telegiornali raccontano la ferocia del ragazzo di tredici anni deciso a uccidere la sua insegnante di francese. La prima è quella di Anders Behring Breivik, autore degli attentati di Oslo e Utøya del 22 luglio 2011, in cui furono uccise 77 persone. La seconda è quella di Jamie Miller, il ragazzo al centro della serie Adolescence, costruito come figura di adolescente divorato dal risentimento e dall’umiliazione. Una storia è reale, l’altra immaginaria; ma entrambe mettono in scena la stessa grammatica dell’odio: lucidità, freddezza, pianificazione, assenza di colpa. 
In questi scenari non c’è il gesto impulsivo, non c’è il raptus che assolve la coscienza collettiva con una spiegazione sbrigativa. C’è invece qualcosa di più inquietante: la decisione fredda di sopprimere colui che viene avvertito come causa del proprio male. Non importa che il torto sia reale, ingigantito o del tutto fantastico; ciò che conta è la sua cristallizzazione interiore. Il nemico prende forma, si precisa, si incarna. E, una volta incarnato, chiede di essere abbattuto.
È qui che l’odio mostra il suo volto peggiore: quello paranoico. La paranoia, prima ancora che una diagnosi, è una forma di rapporto col mondo. È sospetto elevato a criterio universale, diffidenza che si fa sistema, interpretazione costante della realtà come trama ostile. Nella sua forma meno grave diventa stile: atteggiamento rigido, aggressivo, incapace di tollerare l’ambiguità, sempre pronto a leggere negli altri un’intenzione persecutoria. Nella sua forma più radicale rompe il legame con la realtà e si fa delirio: non più ipotesi, ma certezza assoluta; non più paura, ma verità intoccabile.
Allora il nemico smette di essere uno fra i tanti e diventa il nemico: il responsabile delle proprie ferite, delle proprie sconfitte, della propria umiliazione. Tutto si raccoglie attorno a quella figura. Tutto si semplifica. Il male, da oscuro e interno, viene proiettato fuori. E ciò che dentro era vissuto come mancanza, impotenza, vergogna, chiede una soluzione radicale: eliminare l’altro.
È questo il punto che troppo spesso sfugge al commento pubblico. Quando si invocano genericamente nuove misure contro la delinquenza giovanile, si manca il bersaglio. Qui non siamo semplicemente davanti a una trasgressione, né a una devianza sociale nel senso ordinario del termine. Qui siamo davanti a un solipsismo dell’odio, a una soggettività che si chiude su se stessa fino a non riconoscere più alcun legame. In quella chiusura l’altro non è più un interlocutore, un limite, un simile: diventa ostacolo, affronto, bersaglio.
Perché il ragazzo ha filmato le sue gesta? E perché, non di rado, anche alcuni assassini seriali conservano immagini, video, “souvenir” o tracce del proprio atto? Una prima risposta, sul piano criminologico, è che il delitto non si esaurisce nell’atto materiale: spesso viene preparato, ritualizzato, rivissuto e trasformato in scena.
In una chiave più propriamente psicoanalitica, si potrebbe dire che nella perversione l’azione non resta mai chiusa nel rapporto a due tra soggetto e vittima. C’è sempre, in qualche forma, un terzo: uno sguardo, un testimone, un Occhio davanti al quale l’atto prende consistenza. Non basta compiere l’atto; occorre anche inscriverlo in una scena, renderlo visibile, fissarlo, quasi consacrarlo. In questa prospettiva, filmare non serve solo a documentare: serve a costruire il teatro dell’azione e a darle una forma compiuta. La lettura lacaniana della perversione insiste proprio sul fatto che il soggetto perverso si colloca in una particolare relazione con l’Altro e con il godimento dell’Altro, più che nel semplice soddisfacimento pulsionale immediato. 
Per il soggetto sadico, allora, l’essere visto — o il potersi far vedere dopo, attraverso il video — non è un dettaglio secondario. È parte del dispositivo di godimento. La vittima soffre, il soggetto agisce, ma l’atto trova il suo completamento solo quando un terzo sguardo lo registra, lo garantisce, lo trasforma in spettacolo. In questo senso il video non è soltanto memoria dell’accaduto: è parte integrante dell’accadere stesso. Anche gli studi sul sadismo mostrano che, in certi profili violenti, il punto centrale non è solo infliggere dolore, ma trarre eccitazione dall’osservarlo e dal controllarne la messa in scena. 
Per questo, in alcuni autori di violenza estrema, l’atto non mira soltanto a colpire la vittima, ma anche a produrre una rappresentazione destinata a uno spettatore, fosse pure uno spettatore differito o immaginario. È qui che il delitto diventa teatro del dominio.
Per questo è troppo facile gettare la croce addosso agli insegnanti. Come se fosse sempre possibile decifrare per tempo i segni di una volontà omicida. Come se ogni abisso si lasciasse leggere in superficie. Non è così. Talvolta quei segni ci sono, ma sono opachi, intermittenti, contraddittori. Altre volte covano in silenzio, nei meandri più interrati della vita psichica, là dove nemmeno chi vi abita fino in fondo sa nominare ciò che lo divora.
E allora forse il punto non è fingere una rassicurante onnipotenza preventiva, ma riconoscere la natura di ciò che abbiamo davanti: non una semplice intemperanza adolescenziale, non una bravata degenerata, ma l’irruzione di un odio freddo che ha trovato il proprio volto. E che, proprio per questo, fa così paura.