19/02/2026
“𝐋𝐚 𝐦𝐢𝐚 𝐛𝐢𝐦𝐛𝐚 𝐝𝐢 𝐝𝐮𝐞 𝐚𝐧𝐧𝐢 𝐦𝐢 𝐫𝐢𝐟𝐢𝐮𝐭𝐚. 𝐕𝐚 𝐬𝐞𝐦𝐩𝐫𝐞 𝐝𝐚𝐥𝐥𝐞 𝐧𝐨𝐧𝐧𝐞. 𝐍𝐨𝐧 𝐯𝐮𝐨𝐥𝐞 𝐬𝐭𝐚𝐫𝐞 𝐜𝐨𝐧 𝐦𝐞. 𝐂𝐨𝐬𝐚 𝐬𝐭𝐨 𝐬𝐛𝐚𝐠𝐥𝐢𝐚𝐧𝐝𝐨?”
È una delle frasi che sento dire dai genitori.
E ogni volta sento il dolore dentro quelle parole.
Perché quando tuo figlio ti dice “no”, quando corre verso un’altra persona, quando sembra preferire chiunque tranne te…
fa male.
Fa male nel corpo.
Fa male nel cuore.
Fa male nella parte più fragile di noi.
Ma c’è una cosa importante da sapere.
A 2 anni il bambino non sta misurando il tuo valore.
Non sta facendo una classifica di affetto.
Non sta scegliendo chi amare di più.
Sta facendo qualcosa di molto diverso.
Sta costruendo la propria identità.
Intorno ai 2 anni il bambino entra in una fase di forte differenziazione:
“io sono io”
“io scelgo”
“io posso andare”
“io posso anche dire no”.
E spesso il “no” più forte arriva proprio verso la figura di attaccamento principale.
Perché?
Perché con quella figura il legame è sicuro.
È talmente sicuro che può permettersi di sperimentare distanza.
Può allontanarsi.
Può esplorare altri legami.
Può provare a sentire chi è… senza perdere la base.
Il problema è che noi adulti non viviamo questa fase come un processo evolutivo.
La viviamo come un rifiuto.
E lì si attiva la nostra storia.
“Non mi ama abbastanza.”
“Sto sbagliando qualcosa.”
“Preferisce gli altri a me.”
“Forse non sono una buona madre.”
In realtà, molto spesso, quello che si attiva non è il comportamento del bambino.
Si attiva la nostra ferita di non sentirci scelti.
Il bambino non sta dicendo:
“Non vali.”
Sta dicendo:
“Sto diventando me.”
E più noi riusciamo a non prendere sul personale questi movimenti,
più restiamo adulti.
Solidi.
Affettuosi.
Disponibili.
Senza inseguire.
Senza ritirarci.
Senza competere con le nonne.
𝐒𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐜𝐡𝐢𝐞𝐝𝐞𝐫𝐞 𝐢𝐧𝐜𝐨𝐧𝐬𝐜𝐢𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐚𝐥 𝐛𝐚𝐦𝐛𝐢𝐧𝐨 𝐝𝐢 𝐫𝐚𝐬𝐬𝐢𝐜𝐮𝐫𝐚𝐫𝐜𝐢.
La cosa più potente che possiamo fare è restare.
“Vai pure dalla nonna. Io sono qui.”
Non è distacco.
È sicurezza.
E quando la fase passerà (perché passa),
quel bambino tornerà a cercarti.
Non perché ha vinto qualcuno.
Ma perché ha potuto crescere.
Se stai vivendo questo momento, non sei sbagliata.
Se ti fa male, è umano.
Ma prova a chiederti:
questa ferita è davvero di mio figlio…
o è qualcosa di più antico che si sta muovendo dentro di me?
𝑨 𝒗𝒐𝒍𝒕𝒆, 𝒄𝒓𝒆𝒔𝒄𝒆𝒓𝒆 𝒖𝒏 𝒃𝒂𝒎𝒃𝒊𝒏𝒐 𝒔𝒊𝒈𝒏𝒊𝒇𝒊𝒄𝒂 𝒂𝒏𝒄𝒉𝒆 𝒄𝒓𝒆𝒔𝒄𝒆𝒓𝒆 𝒏𝒐𝒊.
Nei miei percorsi di crescita per genitori lavoriamo proprio su questo:
diventare adulti emotivamente disponibili, capaci di restare presenti anche quando il bambino si allontana, dice no, o ci mette alla prova.
Non per diventare perfetti.
Ma per diventare basi sicure.
Se senti che questo tema ti riguarda, puoi scrivermi in privato per avere informazioni sui prossimi percorsi in partenza per genitori con bambini fino a 6/7 anni di età.
Elena Conci – Psicologa Perinatale
Sostegno alla Genitorialità e alla Prima Infanzia
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Solo che l’idraulico è accettato, lo psicologo ancora no.
Ma chiedere aiuto non è debolezza: è responsabilità, amore, coraggio.
Fallo ora che tuo figlio è piccolo. Le difficoltà non migliorano da sole con il tempo ❤️
Foto dal web