08/01/2026
Piove, e tutti sanno come aggiustare il tempo.
Ci sono persone che criticano tutto.
E persone che, mentre criticano, sembrano sapere sempre un po’ più degli altri.
In psicologia questo non è un mistero, e non è (solo) arroganza.
Criticare, molto spesso, è un modo per proteggersi.
Quando la realtà è complessa, incerta o frustrante, il cervello cerca scorciatoie: giudicare, semplificare, polarizzare. La critica restituisce un’illusione di controllo e riduce temporaneamente l’ansia. Se individuo l’errore, non devo restare nel dubbio.
Anche l’atteggiamento del “so tutto io” è ampiamente studiato.
Le ricerche in psicologia cognitiva mostrano che chi ha meno competenze tende a sovrastimare le proprie capacità, mentre chi è realmente competente è molto più consapevole dei limiti, delle variabili e delle zone grigie. La sicurezza assoluta nasce spesso dalla semplificazione, non dalla conoscenza.
C’è poi una dimensione identitaria.
Criticare crea appartenenza: io contro loro. Rafforza il senso di sé, soprattutto quando l’identità personale o sociale è fragile. È più facile giudicare che esporsi, più rassicurante criticare che assumersi una responsabilità.
Questo meccanismo lo vediamo ovunque.
Nelle relazioni, nei luoghi di lavoro, nei gruppi.
E lo vediamo anche in politica, nelle città, nelle piazze reali e virtuali. Problemi complessi diventano slogan semplici. Processi lunghi diventano colpe immediate. La critica diventa rumore, non pensiero.
La psicologia ci ricorda una verità scomoda:
capire è faticoso, studiare richiede tempo, agire espone al rischio di sbagliare.
Criticare, invece, è veloce. E spesso indolore.
E allora la provocazione finale è questa:
se tutti “sanno come si fa”,
perché a farlo davvero… sono sempre così pochi?