Dott.ssa Ilenia Longo - Psicologa

Dott.ssa Ilenia Longo - Psicologa 𝐏𝐒𝐈𝐂𝐎𝐓𝐄𝐑𝐀𝐏𝐄𝐔𝐓𝐀 𝐂𝐁𝐓

Età evolutiva
Adulti
Sostegno alla genitorialità
Valutazioni e training

𝘍𝘰𝘶𝘯𝘥𝘦𝘳: ILcentro

Psicologa attualmente iscritta alla scuola quadriennale di specializzazione in psicoterapia "Accademia di Scienze Cognitivo Comportamentali di Calabria - ASCOC". Sono amante della pratica clinica, dalla ricerca alla terapia riabilitativa. Nel corso degli anni mi sono confrontata con realtà molto diverse tra loro. Le aree di interesse di cui mi occupo prevalentemente sono: Supporto psicologico; Valutazione Psicodiagnostica; Diagnosi, valutazione e training dei disturbi dello sviluppo e psicopatologia dello sviluppo; Orientamento scolastico e professionale; Parent Training; Alto Potenziale Cognitivo e Plusdotazione; Attività Assistita con gli Animali;

• Responsabile area psicodiagnostica del Centro di Valutazione Einstein;

• Responsabile area minori DivergenteMente;

Nell'aprile 2021 ho ricevuto l'incarico fiduciario di "esperto in pari opportunità" dal Sindaco della mia Città al fine di supportare l'attività amministrativa. Sono socia e segreteria regionale della SIPEM - Società Italiana di Psicologia dell'emergenza. Sono socia in PLP - "Psicologi Liberi Professionisti" delegazione Calabria.

Domani è l'8 marzo. Ma ho scelto di pubblicare oggi, nel silenzio che precede il rumore, prima che le bacheche si riempi...
07/03/2026

Domani è l'8 marzo. Ma ho scelto di pubblicare oggi, nel silenzio che precede il rumore, prima che le bacheche si riempiano di giallo e di frasi fatte.

Scrivo oggi, in controtendenza, perché le storie vere non hanno bisogno di una data sul calendario.

​Dentro al mio studio, incontro donne ogni giorno. E la magia più grande che accade, appena la porta si chiude alle loro spalle, è che i ruoli di tutti i giorni scivolano via.
Lì dentro non entrano madri o mogli, non entrano figlie, fidanzate o amiche perfette.
​Entrano loro. Persone autentiche, libere da ciò che il mondo si aspetta da loro.

Vedo donne caparbie, come radici ostinate che spaccano l'asfalto per cercare la luce.
Donne forti, capaci di portare pesi enormi sulle proprie spalle, ma anche donne fragili e spaventate, che proprio nella voce che trema trovano il coraggio immenso di chiedere aiuto e ricominciare.
Ascolto donne ambiziose, con gli occhi carichi di un futuro che vogliono costruire, e donne guidate da una determinazione profonda, pronte a ricucire le proprie ferite.

​Tutte diverse. Tutte immense. Tutte profondamente umane.
​Domani il mondo chiederà di celebrarle, di onorarle, di metterle al centro per un giorno. Ma dalle vite che ascolto quotidianamente, emerge una voce diversa. Un bisogno molto meno romantico e molto più vitale.
​Non chiedono un piedistallo che dura solo ventiquattr'ore. Non cercano feste o fiori destinati ad appassire.

​Chiedono solo il diritto semplice, eppure rivoluzionario, di essere viste. Di essere trattate, finalmente, come è giusto che sia. Con la stessa dignità, le stesse opportunità e lo stesso profondo rispetto.

​Alla pari di chiunque. Non un gradino sopra, non un passo indietro. Oggi, domani e in tutti i giorni normali dell'anno.

02/02/2026

Oggi, durante un laboratorio di un progetto psicoeducativo sulle relazioni che conduco, stavamo parlando di amore e innamoramento.

A un certo punto mi fermo e chiedo:
“Ma voi… vi siete mai innamorati?”

Silenzio.
Sorrisetti.
Spallucce.

“Hanno 12 anni”, penso.

“Secondo noi è presto.”

E me lo dicono con una naturalezza disarmante.
Senza fretta.
Senza ansia di dover già provare qualcosa.

“Amore è una parola grossa… magari più avanti.”

Mi ha colpita.

Perché fuori da quella stanza il messaggio che spesso passa è l’opposto... Che bisogna crescere prima, sentire prima, fare esperienze prima, avere già storie, cotte, relazioni.

Come se l’affettività fosse una tappa da spuntare.

Ma a 12 anni il compito non è innamorarsi.

È imparare a stare con gli altri.
Capire chi sono.
Costruire amicizie.
Litigare e fare pace.
Scoprire i confini.
Sentirsi accettati.

L’amore romantico viene dopo, quando c’è più identità. Più sicurezza. Più strumenti emotivi.

E forse dovremmo fidarci un po’ di più dei loro tempi.

Perché crescere non significa anticipare tutto.
Significa avere lo spazio per dire, serenamente:

“Non ancora.”

«Dottoressa, il mio cervello non si ferma mai».Oggi questa frase è tornata più volte, quasi sempre direi, in terapia.Un ...
21/01/2026

«Dottoressa, il mio cervello non si ferma mai».
Oggi questa frase è tornata più volte, quasi sempre direi, in terapia.

Un cervello che va avanti, che pensa sempre.
Che anticipa, rilegge, interpreta.
Che costruisce storie, spesso faticose.
Che commenta tutto, anche quando vorremmo solo un po’ di silenzio.
E che, alla lunga, ci fa stare male.

Lo chiamiamo overthinking.
Ma non è solo “pensare troppo”.
È un cervello che sta cercando di fare il suo lavoro, ovvero proteggerci, prevedere, controllare ciò che potrebbe farci male.

Il punto è che il cervello non si può zittire.
E quando proviamo a farlo, quando gli diciamo di smettere, di calmarsi, di stare buono, spesso succede l’opposto: aumenta il rumore.

In terapia non lavoriamo per controllare i pensieri in modo rigido.
Non si tratta di comandare la mente.
Si tratta piuttosto di cambiare il modo in cui stiamo con ciò che pensiamo.

Imparare a riconoscere un pensiero come un pensiero, non come un fatto.
Accorgerci che quello che passa nella testa è una storia che la mente racconta, non necessariamente la realtà.
Creare un po’ di distanza, un po’ di spazio.

La consapevolezza non spegne il cervello ma ci permette di non esserne travolti.
E in quello spazio, spesso, nasce una possibilità nuova.. scegliere se seguire quel pensiero o lasciarlo andare.

Sì, magari leggendo questo post stai pensando:
“mica è così facile riuscirci”.

Ed è vero, non lo è.

Perché quando il cervello corre veloce, quando i pensieri si accavallano, quando l’ansia spinge o la paura prende spazio, non basta dirsi “smetto di pensarci”. Se funzionasse, lo faremmo tutti.

È un lavoro che richiede tempo, allenamento, a volte anche fatica.
Un passo alla volta.
Con ricadute, tentativi, momenti in cui sembra di tornare indietro.

Ma non serve farlo perfettamente.
Serve iniziare a notare.
Accorgersi di quando la mente parte e darsi il permesso di non seguirla sempre.

E spesso il cambiamento non è nel far sparire i pensieri, ma nel non lasciarsi più guidare solo da loro.

08/01/2026

Piove, e tutti sanno come aggiustare il tempo.

Ci sono persone che criticano tutto.
E persone che, mentre criticano, sembrano sapere sempre un po’ più degli altri.

In psicologia questo non è un mistero, e non è (solo) arroganza.

Criticare, molto spesso, è un modo per proteggersi.
Quando la realtà è complessa, incerta o frustrante, il cervello cerca scorciatoie: giudicare, semplificare, polarizzare. La critica restituisce un’illusione di controllo e riduce temporaneamente l’ansia. Se individuo l’errore, non devo restare nel dubbio.

Anche l’atteggiamento del “so tutto io” è ampiamente studiato.
Le ricerche in psicologia cognitiva mostrano che chi ha meno competenze tende a sovrastimare le proprie capacità, mentre chi è realmente competente è molto più consapevole dei limiti, delle variabili e delle zone grigie. La sicurezza assoluta nasce spesso dalla semplificazione, non dalla conoscenza.

C’è poi una dimensione identitaria.
Criticare crea appartenenza: io contro loro. Rafforza il senso di sé, soprattutto quando l’identità personale o sociale è fragile. È più facile giudicare che esporsi, più rassicurante criticare che assumersi una responsabilità.

Questo meccanismo lo vediamo ovunque.
Nelle relazioni, nei luoghi di lavoro, nei gruppi.
E lo vediamo anche in politica, nelle città, nelle piazze reali e virtuali. Problemi complessi diventano slogan semplici. Processi lunghi diventano colpe immediate. La critica diventa rumore, non pensiero.

La psicologia ci ricorda una verità scomoda:
capire è faticoso, studiare richiede tempo, agire espone al rischio di sbagliare.

Criticare, invece, è veloce. E spesso indolore.

E allora la provocazione finale è questa:
se tutti “sanno come si fa”,
perché a farlo davvero… sono sempre così pochi?

30/12/2025

Un altro anno si chiude.
E se quest’anno lo abbiamo attraversato insieme, dentro uno spazio di terapia, voglio fermarmi un momento a dirti questo.
Spero che questo tempo ti abbia lasciato qualcosa.
Non per forza risposte chiare o cambiamenti eclatanti.
A volte il lavoro più importante è più silenzioso:
una maggiore consapevolezza,
una parola data finalmente a qualcosa che prima non aveva nome, uno sguardo un po’ più gentile verso di sé.
La terapia non è una corsa e non è una linea retta.
Non è “andare avanti” come ce lo immaginiamo fuori.
È spesso restare, tornare, fermarsi, rimettere in discussione.
E questo, anche quando è faticoso, è già lavoro.
Se siamo ancora in cammino, va bene così.
Non significa essere rimasti indietro.
Significa avere il coraggio di stare nel processo,
di non scappare, di continuare a guardarsi anche quando non è semplice.
E se quest’anno è stato difficile, confuso, lento,
non vuol dire che non sia stato utile.
Alcuni anni servono a mettere ordine,
altri solo a resistere, altri ancora a capire cosa non vogliamo più.
In terapia non si “fa tutto bene”.
Si fa quello che si può, nel momento in cui si può.
E questo, spesso, è già abbastanza.
Grazie a chi quest’anno ha scelto di attraversare questo spazio con me.

20/12/2025

Se me lo avessero detto un paio di anni fa, non ci avrei mai creduto.
Adesso siamo in 13 a lavorare ad un progetto che più di ogni altro sento appartenermi.

ILcentro

19/12/2025

L’ADHD non è solo difficoltà e disattenzione. Un nuovo studio sugli adulti mostra come questa condizione possa essere associata anche a creatività, intuito e capacità di iperconcentrazione.

Piccolo reminder:Essere distratti non significa avere l’ADHD.In questo periodo tante persone adulte chiedono una valutaz...
10/12/2025

Piccolo reminder:
Essere distratti non significa avere l’ADHD.

In questo periodo tante persone adulte chiedono una valutazione perché si riconoscono in frasi come “non riesco a concentrarmi”, “mi perdo nei dettagli”, “mi dimentico tutto”.
È comprensibile visto che online se ne parla ovunque.
Ma prima di parlare di ADHD, dobbiamo guardare il contesto in cui viviamo.

Perché nel 2025 è così facile sentirsi distratti..
Viviamo in un ambiente che “consuma” attenzione,
passiamo da un’app all’altra in pochi secondi, notifiche e messaggi interrompono costantemente i nostri compiti, la mente è piena di cose da incastrare, sonno poco o irregolare, stress e ansia quotidiani, multitasking continuo, un ritmo di vita veloce che non lascia spazi vuoti.

In un mondo così, sentirsi disorganizzati, stanchi o mentalmente sovraccarichi è quasi fisiologico.
Non è automaticamente ADHD.

E qui è importante essere chiari: l’ADHD non “viene” da adulti!!!!
👉 Non ci si diventa ADHD.
👉 Lo si è sempre stati, sin dall’infanzia, anche se nessuno lo aveva mai osservato o nominato.

Per parlare di ADHD in età adulta servono, sintomi presenti già da bambini (non comparsi a 20 anni), difficoltà evidenti in più contesti di vita, un impatto reale sulla quotidianità, un insieme stabile di sintomi di disattenzione e/o impulsività, una valutazione clinica accurata che escluda ansia, depressione, burnout, sovraccarico.

La diagnosi non nasce da un periodo stressante, da un video su TikTok o da un elenco di caratteristiche in cui “ci ritroviamo un po’ tutti”.

L’obiettivo non è etichettarsi, ma capire cosa c’è davvero dietro quella fatica.
A volte è ADHD.
Altre volte è semplicemente un sistema di vita che va più veloce di noi.

Perché una seduta di psicoterapia dura 50 minuti?Ogni tanto qualcuno mi chiede: “Se la facciamo un po’ più lunga e pago ...
03/12/2025

Perché una seduta di psicoterapia dura 50 minuti?
Ogni tanto qualcuno mi chiede: “Se la facciamo un po’ più lunga e pago di più?”
La verità è che non funziona così.

La durata della seduta non è un dettaglio pratico: è parte della terapia.
Io, personalmente, ho scelto 50 minuti.
Alcuni colleghi ne fanno 45, altri 60.
Non c’è una regola uguale per tutti: ognuno costruisce la propria cornice.
Io ritengo che 50 minuti siano il tempo giusto per lavorare a fondo, con lucidità e continuità.

E il tempo è anche responsabilità del terapeuta.
È compito mio scandire bene i tempi, accompagnare il percorso e portare verso la chiusura senza tagliare di netto, senza interrompere bruscamente qualcosa di importante.
La fine della seduta è un momento delicato che va gestito, non “suonato come una campanella”.

E poi c’è qualcosa che dall’esterno non si vede:
i 10 minuti tra una seduta e l’altra.
Per me sono fondamentali.
Sono il tempo per chiudere mentalmente ciò che è accaduto, annotare ciò che serve, riorientarmi, respirare… e prepararmi davvero al prossimo incontro.
È quello che permette a ogni paziente di trovarmi presente, coerente e centrata.

Per questo non si tratta di “pagare di più per avere più minuti”.
La terapia non funziona così.
Funziona perché ha confini chiari, un ritmo costante e uno spazio pensato.

E quei 50 minuti – ogni volta – sono lo spazio giusto per far succedere il lavoro che serve.

28/10/2025

Anche con il cielo grigio, va bene così.

Ci sono periodi in cui tutto sembra troppo.Giorni in cui ti senti sopraffatto, in cui il peso delle cose che porti addos...
24/10/2025

Ci sono periodi in cui tutto sembra troppo.
Giorni in cui ti senti sopraffatto, in cui il peso delle cose che porti addosso si fa sentire in ogni parte del corpo.
Ti sembra di non avere più energie, e forse l’unica cosa da fare è rallentare un po’.

Il corpo lo sa quando stiamo esagerando.
Lo dice a modo suo, con una tensione al collo, un mal di schiena che ritorna, un mal di testa frequente o quella stanchezza che non passa mai.
Sono segnali, piccoli messaggi che provano a dirci che stiamo andando oltre i nostri limiti.

Questa cosa si chiama somatizzazione.
È quando le emozioni trovano casa nel corpo, perché non riescono a uscire in altri modi.
E allora un pensiero diventa dolore, una preoccupazione si trasforma in nodo alla gola, una paura si fa peso sul petto.

Non è debolezza, né immaginazione.
È il modo che il corpo ha per chiederci ascolto.

A volte non serve fare di più, ma fare spazio.
Lasciare che mente e corpo tornino a parlarsi, senza fretta, come due parti della stessa storia.

Il rancore è un sentimento che spesso si radica in profondità. Non è semplice metterlo da parte perché nasce da ferite v...
30/09/2025

Il rancore è un sentimento che spesso si radica in profondità. Non è semplice metterlo da parte perché nasce da ferite vissute come ingiustizie, delusioni o tradimenti. Tenerlo con sé significa rivivere costantemente quel dolore, alimentando tensioni interiori e difficoltà relazionali.

La psicologia ci mostra come il rancore, se coltivato nel tempo, possa diventare un ostacolo al benessere personale.. appesantisce la mente, irrigidisce i pensieri e condiziona i rapporti con gli altri. È un po’ come portare sulle spalle uno zaino carico di pietre che non ci appartengono più.

Imparare a superarlo non vuol dire cancellare ciò che è accaduto o giustificare chi ci ha feriti, ma trasformare l’esperienza. A livello valoriale, riuscire a lasciare andare il rancore è segno di forza interiore, capacità di elaborazione emotiva e apertura alla relazione. Significa scegliere di proteggere il proprio equilibrio e di costruire legami basati sulla fiducia e non sul sospetto.

Liberarsi del rancore non è dimenticare, ma tornare a vivere pienamente il presente con più leggerezza e autenticità.

Indirizzo

Via Riviera, 52
Villa San Giovanni
89018

Orario di apertura

Lunedì 10:00 - 13:00
16:00 - 20:00
Martedì 16:00 - 20:00
Mercoledì 10:00 - 13:00
16:00 - 20:00
Giovedì 16:00 - 20:00

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