Dott.ssa Ilenia Longo - Psicologa

Dott.ssa Ilenia Longo - Psicologa 𝐏𝐒𝐈𝐂𝐎𝐓𝐄𝐑𝐀𝐏𝐄𝐔𝐓𝐀 𝐂𝐁𝐓

Età evolutiva
Adulti
Sostegno alla genitorialità
Valutazioni e training

𝘍𝘰𝘶𝘯𝘥𝘦𝘳: ILcentro

Psicologa attualmente iscritta alla scuola quadriennale di specializzazione in psicoterapia "Accademia di Scienze Cognitivo Comportamentali di Calabria - ASCOC". Sono amante della pratica clinica, dalla ricerca alla terapia riabilitativa. Nel corso degli anni mi sono confrontata con realtà molto diverse tra loro. Le aree di interesse di cui mi occupo prevalentemente sono: Supporto psicologico; Val

utazione Psicodiagnostica; Diagnosi, valutazione e training dei disturbi dello sviluppo e psicopatologia dello sviluppo; Orientamento scolastico e professionale; Parent Training; Alto Potenziale Cognitivo e Plusdotazione; Attività Assistita con gli Animali;

• Responsabile area psicodiagnostica del Centro di Valutazione Einstein;

• Responsabile area minori DivergenteMente;

Nell'aprile 2021 ho ricevuto l'incarico fiduciario di "esperto in pari opportunità" dal Sindaco della mia Città al fine di supportare l'attività amministrativa. Sono socia e segreteria regionale della SIPEM - Società Italiana di Psicologia dell'emergenza. Sono socia in PLP - "Psicologi Liberi Professionisti" delegazione Calabria.

10/04/2026

Tre anni fa ho iniziato Pilates Reformer.
Era qualcosa di completamente nuovo per me.
E, a dirla tutta, anche un po’ lontano dal mio modo di vivere il movimento.

Ero abituata al CrossFit,
ad allenamenti funzionali intensi,
alla palestra, ai pesi, alla fatica “visibile”.

All’inizio lo facevo per comodità.
Lo studio era nello stesso palazzo del mio studio professionale.
Niente di più.

Poi ho incontrato Domenica.
E da lì è cambiato tutto.

In questi anni il Pilates è diventato uno spazio mio.
Un tempo che mi concedo, che proteggo.

Mi ha insegnato la consapevolezza corporea.
A sentire il mio corpo, al di là del peso, al di là dell’estetica.
A riconoscerlo come qualcosa che mi sostiene, che mi accompagna, che merita cura.

Mi ha insegnato ad ascoltare.
Ogni movimento.
Ogni segnale.

Mi ha insegnato l’equilibrio.
A rispettare i miei limiti senza viverli come un fallimento.

A valorizzare ogni postura, ogni piccolo cambiamento.

E, da psicologa, non posso non dirlo:
il lavoro sul corpo è anche un lavoro profondo sulla mente.

Perché imparare ad abitare il proprio corpo
è spesso il primo passo per imparare ad abitare se stessi.

E forse è proprio questo il punto:
l’attività fisica è importante, ma non esiste una forma giusta in assoluto.

Esiste quella che ti fa stare bene.
Quella che riesci a sentire tua.
Quella che, in un modo o nell’altro, ti riporta a te.

Insegna a tuo figlio ad accogliere la gentilezza e la diversità.Insegnagli che si può essere figli in tanti modi, che og...
25/03/2026

Insegna a tuo figlio ad accogliere la gentilezza e la diversità.
Insegnagli che si può essere figli in tanti modi, che ogni storia familiare ha dignità e valore.

Insegna ai tuoi figli che i bambini sono prima di tutto bambini, e che il gioco non è un premio ma un diritto, uno spazio sicuro in cui crescere, sbagliare, imparare a stare con gli altri.

Insegnagli a riconoscere le ingiustizie, a non abituarsi a ciò che ferisce, a non chiamare “normale” ciò che umilia o esclude.
Educali a guardare chi resta ai margini, a tendere la mano, a scegliere da che parte stare.

Insegnagli che il tono della voce conta, che le parole hanno un peso, che il rispetto si vede nei piccoli gesti quotidiani.
Insegnagli l’uguaglianza, l’ascolto, la responsabilità delle proprie azioni.

Aiutali a comprendere che la vera forza non è prevalere sugli altri, ma prendersene cura.
Che il coraggio non è deridere chi è diverso, ma difenderlo.

Educa i tuoi figli a costruire relazioni in cui nessuno venga messo da parte, lasciato solo o fatto sentire “di troppo” o “non abbastanza”, da grandi o da piccoli, per ciò che ha o per ciò che non ha.

Perché il mondo che desideriamo nasce da qui.
Da bambini che imparano a diventare adulti capaci di includere, rispettare, amare.

20/03/2026

Crediamo profondamente nel valore della psicologia dell’emergenza: una disciplina che non è solo competenza, ma presenza, ascolto e umanità nei momenti in cui tutto sembra crollare.

Ogni intervento, ogni missione, ogni incontro con chi soffre ci ricorda perché abbiamo scelto questo percorso: esserci davvero, quando serve di più. È una scelta che richiede impegno, formazione e responsabilità, ma che restituisce un senso profondo di utilità e appartenenza.

Con SIPEM Calabria vogliamo trasmettere proprio questo: la forza del volontariato come esperienza trasformativa, capace di arricchire non solo chi riceve aiuto, ma anche chi lo offre.

A tutti i colleghi che sentono questa spinta interna, diciamo: non restate spettatori. Se condividete i nostri valori e desiderate mettere le vostre competenze al servizio degli altri, potete entrare a far parte della nostra realtà e diventare soci operativi sul campo.

C’è bisogno di professionisti preparati, ma soprattutto di persone motivate, pronte a fare la differenza. E quella persona potresti essere proprio tu. Per info invia un messaggio a 320 8923456 ti aspettiamo ❤️

Quando parli con le persone prova a fare attenzione ai ruoli che si attivano nella comunicazione.Ci sono momenti in cui ...
18/03/2026

Quando parli con le persone prova a fare attenzione ai ruoli che si attivano nella comunicazione.

Ci sono momenti in cui qualcuno ha solo bisogno di raccontarsi e tu, senza accorgertene, rispondi subito con un “sì, anche a me è successo”.
Da lì la conversazione cambia direzione. Non è più uno spazio di ascolto, ma diventa il racconto della tua esperienza.

Condividere vissuti è una cosa bella e importante.
Quando l’intento è quello di scambiarsi esperienze, di confrontarsi, di sentirsi meno soli, raccontare anche di sé ha senso e può avvicinare.
Il punto è un altro.

Quando qualcuno cerca un dialogo con te, quando si espone, quando prova a farsi capire, ha bisogno prima di tutto di trovare ascolto.
Se in quel momento riporti tutto su di te, rischi di non vedere davvero chi hai davanti.
E questo può far sentire l’altro poco compreso, poco accolto.

Nel tempo questo modo di comunicare può far chiudere le persone.
Può portarle a parlare meno con te, a trattenersi, a cercare altrove uno spazio in cui sentirsi viste e ascoltate.

Imparare a riconoscere i ruoli nello scambio comunicativo è fondamentale per la qualità delle relazioni.
Ci sono momenti in cui si condivide e momenti in cui si accoglie.
Saper distinguere questi tempi fa la differenza.

L’ascolto autentico non richiede grandi parole.
Richiede presenza, attenzione, disponibilità a restare lì senza spostare il focus su di sé.
Ed è proprio questo che crea legami profondi.

Le relazioni non nascono mai per caso, anche quando sembra così.Nascono dentro una storia personale, dentro bisogni emot...
12/03/2026

Le relazioni non nascono mai per caso, anche quando sembra così.
Nascono dentro una storia personale, dentro bisogni emotivi, dentro modalità apprese nel tempo.

Ci avviciniamo agli altri in base a ciò che conosciamo delle relazioni, a ciò che abbiamo vissuto, a ciò che abbiamo imparato, spesso senza rendercene conto.
Una relazione non è solo compagnia o condivisione.

È uno spazio psicologico.
Uno spazio in cui cerchiamo riconoscimento, sicurezza, conferme, ma anche confronto e possibilità di cambiamento.
Esistono relazioni che nutrono e relazioni che affaticano.

Relazioni che ci permettono di essere autentici e relazioni in cui, invece, sentiamo di dover “funzionare” in un certo modo per essere accettati.
Esistono legami che evolvono con noi e altri che restano fermi, ancorati a versioni di noi che non esistono più.

Spesso pensiamo che mantenere una relazione significhi fare di più:
più gesti, più parole, più presenza.
In realtà, ciò che tiene insieme un legame nel tempo non è la quantità degli scambi, ma la qualità delle basi su cui si è costruito.
Fiducia, rispetto dei confini, possibilità di esprimere bisogni e fragilità, libertà di essere imperfetti.
Quando questi elementi ci sono, la relazione diventa stabile anche nei momenti di distanza.
A volte bastano pochi secondi per inviare un messaggio.

Un contatto breve, essenziale.
Non è tanto ciò che si scrive a fare la differenza, ma il significato psicologico di quel gesto:
dire all’altro “ti tengo nella mia mente”, mantenere viva una traccia relazionale.
Perché le relazioni non vivono solo nella presenza fisica o nella continuità quotidiana.

Vivono nella capacità di restare mentalmente ed emotivamente significativi l’uno per l’altro.
E, spesso, è proprio questo a rendere un legame solido nel tempo.

Domani è l'8 marzo. Ma ho scelto di pubblicare oggi, nel silenzio che precede il rumore, prima che le bacheche si riempi...
07/03/2026

Domani è l'8 marzo. Ma ho scelto di pubblicare oggi, nel silenzio che precede il rumore, prima che le bacheche si riempiano di giallo e di frasi fatte.

Scrivo oggi, in controtendenza, perché le storie vere non hanno bisogno di una data sul calendario.

​Dentro al mio studio, incontro donne ogni giorno. E la magia più grande che accade, appena la porta si chiude alle loro spalle, è che i ruoli di tutti i giorni scivolano via.
Lì dentro non entrano madri o mogli, non entrano figlie, fidanzate o amiche perfette.
​Entrano loro. Persone autentiche, libere da ciò che il mondo si aspetta da loro.

Vedo donne caparbie, come radici ostinate che spaccano l'asfalto per cercare la luce.
Donne forti, capaci di portare pesi enormi sulle proprie spalle, ma anche donne fragili e spaventate, che proprio nella voce che trema trovano il coraggio immenso di chiedere aiuto e ricominciare.
Ascolto donne ambiziose, con gli occhi carichi di un futuro che vogliono costruire, e donne guidate da una determinazione profonda, pronte a ricucire le proprie ferite.

​Tutte diverse. Tutte immense. Tutte profondamente umane.
​Domani il mondo chiederà di celebrarle, di onorarle, di metterle al centro per un giorno. Ma dalle vite che ascolto quotidianamente, emerge una voce diversa. Un bisogno molto meno romantico e molto più vitale.
​Non chiedono un piedistallo che dura solo ventiquattr'ore. Non cercano feste o fiori destinati ad appassire.

​Chiedono solo il diritto semplice, eppure rivoluzionario, di essere viste. Di essere trattate, finalmente, come è giusto che sia. Con la stessa dignità, le stesse opportunità e lo stesso profondo rispetto.

​Alla pari di chiunque. Non un gradino sopra, non un passo indietro. Oggi, domani e in tutti i giorni normali dell'anno.

02/02/2026

Oggi, durante un laboratorio di un progetto psicoeducativo sulle relazioni che conduco, stavamo parlando di amore e innamoramento.

A un certo punto mi fermo e chiedo:
“Ma voi… vi siete mai innamorati?”

Silenzio.
Sorrisetti.
Spallucce.

“Hanno 12 anni”, penso.

“Secondo noi è presto.”

E me lo dicono con una naturalezza disarmante.
Senza fretta.
Senza ansia di dover già provare qualcosa.

“Amore è una parola grossa… magari più avanti.”

Mi ha colpita.

Perché fuori da quella stanza il messaggio che spesso passa è l’opposto... Che bisogna crescere prima, sentire prima, fare esperienze prima, avere già storie, cotte, relazioni.

Come se l’affettività fosse una tappa da spuntare.

Ma a 12 anni il compito non è innamorarsi.

È imparare a stare con gli altri.
Capire chi sono.
Costruire amicizie.
Litigare e fare pace.
Scoprire i confini.
Sentirsi accettati.

L’amore romantico viene dopo, quando c’è più identità. Più sicurezza. Più strumenti emotivi.

E forse dovremmo fidarci un po’ di più dei loro tempi.

Perché crescere non significa anticipare tutto.
Significa avere lo spazio per dire, serenamente:

“Non ancora.”

«Dottoressa, il mio cervello non si ferma mai».Oggi questa frase è tornata più volte, quasi sempre direi, in terapia.Un ...
21/01/2026

«Dottoressa, il mio cervello non si ferma mai».
Oggi questa frase è tornata più volte, quasi sempre direi, in terapia.

Un cervello che va avanti, che pensa sempre.
Che anticipa, rilegge, interpreta.
Che costruisce storie, spesso faticose.
Che commenta tutto, anche quando vorremmo solo un po’ di silenzio.
E che, alla lunga, ci fa stare male.

Lo chiamiamo overthinking.
Ma non è solo “pensare troppo”.
È un cervello che sta cercando di fare il suo lavoro, ovvero proteggerci, prevedere, controllare ciò che potrebbe farci male.

Il punto è che il cervello non si può zittire.
E quando proviamo a farlo, quando gli diciamo di smettere, di calmarsi, di stare buono, spesso succede l’opposto: aumenta il rumore.

In terapia non lavoriamo per controllare i pensieri in modo rigido.
Non si tratta di comandare la mente.
Si tratta piuttosto di cambiare il modo in cui stiamo con ciò che pensiamo.

Imparare a riconoscere un pensiero come un pensiero, non come un fatto.
Accorgerci che quello che passa nella testa è una storia che la mente racconta, non necessariamente la realtà.
Creare un po’ di distanza, un po’ di spazio.

La consapevolezza non spegne il cervello ma ci permette di non esserne travolti.
E in quello spazio, spesso, nasce una possibilità nuova.. scegliere se seguire quel pensiero o lasciarlo andare.

Sì, magari leggendo questo post stai pensando:
“mica è così facile riuscirci”.

Ed è vero, non lo è.

Perché quando il cervello corre veloce, quando i pensieri si accavallano, quando l’ansia spinge o la paura prende spazio, non basta dirsi “smetto di pensarci”. Se funzionasse, lo faremmo tutti.

È un lavoro che richiede tempo, allenamento, a volte anche fatica.
Un passo alla volta.
Con ricadute, tentativi, momenti in cui sembra di tornare indietro.

Ma non serve farlo perfettamente.
Serve iniziare a notare.
Accorgersi di quando la mente parte e darsi il permesso di non seguirla sempre.

E spesso il cambiamento non è nel far sparire i pensieri, ma nel non lasciarsi più guidare solo da loro.

08/01/2026

Piove, e tutti sanno come aggiustare il tempo.

Ci sono persone che criticano tutto.
E persone che, mentre criticano, sembrano sapere sempre un po’ più degli altri.

In psicologia questo non è un mistero, e non è (solo) arroganza.

Criticare, molto spesso, è un modo per proteggersi.
Quando la realtà è complessa, incerta o frustrante, il cervello cerca scorciatoie: giudicare, semplificare, polarizzare. La critica restituisce un’illusione di controllo e riduce temporaneamente l’ansia. Se individuo l’errore, non devo restare nel dubbio.

Anche l’atteggiamento del “so tutto io” è ampiamente studiato.
Le ricerche in psicologia cognitiva mostrano che chi ha meno competenze tende a sovrastimare le proprie capacità, mentre chi è realmente competente è molto più consapevole dei limiti, delle variabili e delle zone grigie. La sicurezza assoluta nasce spesso dalla semplificazione, non dalla conoscenza.

C’è poi una dimensione identitaria.
Criticare crea appartenenza: io contro loro. Rafforza il senso di sé, soprattutto quando l’identità personale o sociale è fragile. È più facile giudicare che esporsi, più rassicurante criticare che assumersi una responsabilità.

Questo meccanismo lo vediamo ovunque.
Nelle relazioni, nei luoghi di lavoro, nei gruppi.
E lo vediamo anche in politica, nelle città, nelle piazze reali e virtuali. Problemi complessi diventano slogan semplici. Processi lunghi diventano colpe immediate. La critica diventa rumore, non pensiero.

La psicologia ci ricorda una verità scomoda:
capire è faticoso, studiare richiede tempo, agire espone al rischio di sbagliare.

Criticare, invece, è veloce. E spesso indolore.

E allora la provocazione finale è questa:
se tutti “sanno come si fa”,
perché a farlo davvero… sono sempre così pochi?

30/12/2025

Un altro anno si chiude.
E se quest’anno lo abbiamo attraversato insieme, dentro uno spazio di terapia, voglio fermarmi un momento a dirti questo.
Spero che questo tempo ti abbia lasciato qualcosa.
Non per forza risposte chiare o cambiamenti eclatanti.
A volte il lavoro più importante è più silenzioso:
una maggiore consapevolezza,
una parola data finalmente a qualcosa che prima non aveva nome, uno sguardo un po’ più gentile verso di sé.
La terapia non è una corsa e non è una linea retta.
Non è “andare avanti” come ce lo immaginiamo fuori.
È spesso restare, tornare, fermarsi, rimettere in discussione.
E questo, anche quando è faticoso, è già lavoro.
Se siamo ancora in cammino, va bene così.
Non significa essere rimasti indietro.
Significa avere il coraggio di stare nel processo,
di non scappare, di continuare a guardarsi anche quando non è semplice.
E se quest’anno è stato difficile, confuso, lento,
non vuol dire che non sia stato utile.
Alcuni anni servono a mettere ordine,
altri solo a resistere, altri ancora a capire cosa non vogliamo più.
In terapia non si “fa tutto bene”.
Si fa quello che si può, nel momento in cui si può.
E questo, spesso, è già abbastanza.
Grazie a chi quest’anno ha scelto di attraversare questo spazio con me.

20/12/2025

Se me lo avessero detto un paio di anni fa, non ci avrei mai creduto.
Adesso siamo in 13 a lavorare ad un progetto che più di ogni altro sento appartenermi.

ILcentro

19/12/2025

L’ADHD non è solo difficoltà e disattenzione. Un nuovo studio sugli adulti mostra come questa condizione possa essere associata anche a creatività, intuito e capacità di iperconcentrazione.

Indirizzo

Via Riviera, 52
Villa San Giovanni
89018

Orario di apertura

Lunedì 10:00 - 13:00
16:00 - 20:00
Martedì 16:00 - 20:00
Mercoledì 10:00 - 13:00
16:00 - 20:00
Giovedì 16:00 - 20:00

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