20/01/2026
Nel lavoro clinico, una delle frasi che ascolto più spesso è:
“So che questo comportamento mi fa stare male, ma mi ritrovo a farlo sempre.” Oppure: “Lo so razionalmente, ma il mio corpo reagisce prima.”
È l’esperienza di chi si sente come un criceto sulla ruota: si corre, si ripete, si promette di cambiare direzione, ma il movimento resta sempre lo stesso.
Succede, ad esempio, quando dici di voler restare calm@ e invece senti il cuore accelerare, i muscoli tendersi, la voce cambiare
ancora prima di avere un pensiero chiaro su ciò che sta accadendo.
Questo non è un fallimento della volontà.
È una sequenza neurobiologica.
Le neuroscienze mostrano che gli stimoli emotivamente rilevanti
seguono una via rapida, sottocorticale: l’informazione passa dall’amigdala e dal sistema limbico prima di raggiungere le aree corticali deputate alla valutazione e alla scelta consapevole.
Questa via è veloce, automatica, non verbale.
Serve a garantire la sopravvivenza, non la coerenza con i nostri propositi.
Quando queste risposte vengono apprese in contesti precoci o emotivamente intensi, il cervello le consolida come schemi di funzionamento preferenziali.
È qui che possiamo collocare Anánkē, oggi:
non come destino astratto, ma come necessità neurobiologica appresa.
Il corpo e il comportamento “scelgono” prima perché sono stati addestrati a farlo.
La corteccia arriva dopo, spesso per spiegare, razionalizzare o colpevolizzarsi.
Per questo il cambiamento non avviene.. chiedendo al pensiero di controllare ciò che è automatico.
Avviene quando il sistema nervoso vive nuove esperienze di sicurezza, sufficientemente ripetute e relazionali
da poter rallentare la ruota.
Capire Anánkē nel cervello non significa arrendersi alla ripetizione.
Significa sapere dove intervenire, senza trasformare la fatica in colpa.