23/02/2026
A volte in studio non arriva chi soffre.
Arriva chi è portato.
È frequente nelle terapie con bambini e adolescenti: i genitori chiedono un aiuto perché il figlio “ha un problema”, “non ascolta”,
“si chiude”, “è oppositivo”, “è cambiato”.
In questi casi può attivarsi ciò che in clinica chiamiamo, in senso descrittivo, paziente per procura.
Cosa significa?
Significa che il figlio diventa il luogo in cui si concentra una difficoltà che in realtà è relazionale.
Il sintomo del bambino o dell’adolescente può funzionare come espressione di tensioni, conflitti o collisioni tra parti psichiche familiari.
Non è una colpa. È una dinamica.
Di fronte a questa situazione possono accadere diverse cose:
– Il figlio si ribella e rifiuta la terapia.
In questo caso il trattamento non può iniziare.
– I genitori decidono di mettersi in gioco.
Accettano di interrogarsi su ciò che nella relazione produce attrito.
Spesso qui il lavoro diventa trasformativo.
– Può accadere che il figlio accetti di diventare “il paziente”.
Si crea allora un’alleanza terapeutica e il percorso prende forma.
Ma è proprio qui che il lavoro clinico diventa delicato.
Se il ragazzo rimane in terapia per procura, significa che è lì per rispondere al desiderio implicito dei genitori: essere aggiustato, normalizzato, riportato a una forma più rassicurante.
Il compito dell’analisi è diverso.
È fare in modo che, progressivamente, il giovane paziente possa appropriarsi dello spazio terapeutico, trasformandolo in un luogo suo.
Non più mandato da qualcuno, ma presente per sé.
Quando questo passaggio avviene, la terapia cambia qualità.
Non lavora più per correggere un comportamento,
ma per permettere al soggetto di comprendere le proprie parti, le proprie ambivalenze, i propri conflitti.
Gli esiti possono essere molto buoni per il ragazzo.
Ma non è sempre detto che coincidano con i desideri iniziali dei genitori.
Perché crescere, differenziarsi, acquisire una propria posizione psichica non significa necessariamente tornare come prima. o aderire ai desideri, modelli, valori genitoriali.
La terapia non “aggiusta” un figlio.
Favorisce un processo di soggettivazione.
E questo, talvolta, modifica l’equilibrio familiare.