Marzia Marangoni - Psicologa

Marzia Marangoni - Psicologa # stress # benessere

11/03/2026

Credere nelle proprie possibilità è il primo passo verso ogni traguardo.
Lo sport paralimpico dimostra che determinazione e forza mentale possono superare ogni limite.

A volte succede qualcosa di paradossale:più una persona cerca di fare qualcosa, meno ci riesce.Una persona prova ad addo...
11/03/2026

A volte succede qualcosa di paradossale:
più una persona cerca di fare qualcosa, meno ci riesce.

Una persona prova ad addormentarsi, ma proprio lo sforzo di dormire tiene la mente sveglia.
Durante una conversazione importante una parola scompare improvvisamente dalla memoria, come se non fosse mai esistita. Poi riappare più tardi, quando ormai non serve più.
Qualcuno si ripete che questa volta resterà calmo, eppure finisce per reagire proprio nel modo che voleva evitare.
Una madre cerca di non far rumore per non svegliare il figlio che dorme e produce un suono schioccante con la lingua.

Situazioni di questo tipo hanno spesso un elemento in comune: la volontà cosciente non è l’unica forza che agisce nella psiche.

Freud, negli studi sull’isteria (1886-1895), descriveva questo fenomeno con un’espressione molto precisa: controvolontà isterica. Secondo Freud questa controvolontà poteva (può) tradursi in sintomi corporei (isteria di conversione), come paralisi funzionali, contratture o tic che impediscono il compimento di un atto, o in comportamenti oppositivi involontari.

Significa che accanto alla volontà dichiarata può esistere un movimento psichico opposto.
Una parte della mente vuole fare qualcosa; un’altra parte, spesso inconsapevole, vi si oppone.

Non si tratta di mancanza di impegno o di debolezza di carattere.
Piuttosto è il segno di un conflitto psichico.
La volontà cosciente può desiderare un cambiamento, ma una dimensione più profonda può temerne le conseguenze: perdere un equilibrio, rinunciare a qualcosa, affrontare emozioni difficili.
La psiche allora non obbedisce semplicemente alla volontà.
Produce resistenza, blocco, dimenticanza.
Per questo il lavoro psicoanalitico non consiste nel rafforzare la volontà o nel controllarsi meglio.
Il punto non è spingere di più nella stessa direzione, ma comprendere il conflitto che rende impossibile quel gesto.
Spesso, quando quel conflitto trova finalmente parole e significato, accade qualcosa di sorprendente:
ciò che prima sembrava impossibile smette di esserlo.
Non perché la volontà sia diventata più forte,
ma perché la psiche non ha più bisogno di opporvisi.

A volte in studio non arriva chi soffre.Arriva chi è portato.È frequente nelle terapie con bambini e adolescenti: i geni...
23/02/2026

A volte in studio non arriva chi soffre.
Arriva chi è portato.
È frequente nelle terapie con bambini e adolescenti: i genitori chiedono un aiuto perché il figlio “ha un problema”, “non ascolta”,
“si chiude”, “è oppositivo”, “è cambiato”.
In questi casi può attivarsi ciò che in clinica chiamiamo, in senso descrittivo, paziente per procura.
Cosa significa?
Significa che il figlio diventa il luogo in cui si concentra una difficoltà che in realtà è relazionale.
Il sintomo del bambino o dell’adolescente può funzionare come espressione di tensioni, conflitti o collisioni tra parti psichiche familiari.
Non è una colpa. È una dinamica.
Di fronte a questa situazione possono accadere diverse cose:
– Il figlio si ribella e rifiuta la terapia.
In questo caso il trattamento non può iniziare.
– I genitori decidono di mettersi in gioco.
Accettano di interrogarsi su ciò che nella relazione produce attrito.
Spesso qui il lavoro diventa trasformativo.
– Può accadere che il figlio accetti di diventare “il paziente”.
Si crea allora un’alleanza terapeutica e il percorso prende forma.
Ma è proprio qui che il lavoro clinico diventa delicato.
Se il ragazzo rimane in terapia per procura, significa che è lì per rispondere al desiderio implicito dei genitori: essere aggiustato, normalizzato, riportato a una forma più rassicurante.
Il compito dell’analisi è diverso.
È fare in modo che, progressivamente, il giovane paziente possa appropriarsi dello spazio terapeutico, trasformandolo in un luogo suo.
Non più mandato da qualcuno, ma presente per sé.
Quando questo passaggio avviene, la terapia cambia qualità.
Non lavora più per correggere un comportamento,
ma per permettere al soggetto di comprendere le proprie parti, le proprie ambivalenze, i propri conflitti.
Gli esiti possono essere molto buoni per il ragazzo.
Ma non è sempre detto che coincidano con i desideri iniziali dei genitori.
Perché crescere, differenziarsi, acquisire una propria posizione psichica non significa necessariamente tornare come prima. o aderire ai desideri, modelli, valori genitoriali.
La terapia non “aggiusta” un figlio.
Favorisce un processo di soggettivazione.
E questo, talvolta, modifica l’equilibrio familiare.

Non tutto ciò che sentiamo ci somiglia. Non tutto ciò che facciamo ci rappresenta.A volte reagiamo in modo sproporzionat...
16/02/2026

Non tutto ciò che sentiamo ci somiglia. Non tutto ciò che facciamo ci rappresenta.
A volte reagiamo in modo sproporzionato.
A volte diciamo parole che non riconosciamo come nostre.
A volte ci sentiamo estranei a noi stessi.
Seneca parla dell’esperienza dello xénos: lo straniero.

In chiave psicoanalitica, lo straniero non è fuori. È una parte di noi che non è stata integrata.
È l’emozione che abbiamo imparato a non sentire.
È il desiderio che non abbiamo potuto riconoscere.
È la rabbia che abbiamo trasformato in autocritica.
Quando una parte psichica non trova rappresentazione, diventa estranea.
E ciò che è estraneo tende a spaventare. Molte sofferenze nascono da questo conflitto: tentare di espellere ciò che in realtà ci appartiene.
Lo straniero ritorna: nei sogni, nei sintomi, nelle relazioni ripetitive,
nelle reazioni “eccessive”.
La psicoanalisi non mira a eliminare lo straniero.
Mira a renderlo dicibile.
Quando ciò che era percepito come minaccioso trova uno spazio di parola, non è più un invasore. Diventa parte della propria storia.
E forse il lavoro analitico è proprio questo: trasformare lo straniero interno in una presenza riconoscibile.

Arriva un momento nel lavoro clinico in cui, dopo aver riconosciuto una ripetizione e averne individuato la genesi, i pa...
01/02/2026

Arriva un momento nel lavoro clinico in cui, dopo aver riconosciuto una ripetizione e averne individuato la genesi, i pazienti chiedono: “Come faccio a smettere?”
Ma c’è una domanda che viene prima, e che raramente ci concediamo: “Cosa ha reso necessario questo funzionamento?”
Qualche post fa ho parlato di Anánkē come necessità, di circuiti neurali appresi, di risposte automatiche che precedono il pensiero.
Questo cambia lo sguardo: non siamo di fronte a un errore da correggere, ma a un adattamento che ha funzionato, almeno per un certo tempo.
Molti comportamenti che oggi chiamiamo “disfunzionali” sono nati per contenere emozioni ingestibili, mantenere un legame, garantire un minimo di sicurezza....
Intervenire solo sul comportamento significa spesso riattivare la stessa ruota che vogliamo fermare.
La pratica psicoanalitica non lavora per eliminare la necessità, ma permette di costruire una struttura parallela a quella che si è organizzata nel tempo.
Una struttura in cui il discorso interno può diventare più flessibile,
meno vincolato all’urgenza, meno dominato da un unico significato possibile.
Non si tratta di cancellare ciò che c’era prima, ma di ampliare il campo delle risposte: quando il soggetto può simbolizzare ciò che prima era solo agito, la ripetizione perde parte della sua forza coercitiva.
È così che l’integrazione diventa possibile: non forzando il cambiamento, ma rendendo pensabile ciò che prima poteva solo accadere.

Nel lavoro clinico, una delle frasi che ascolto più spesso è:“So che questo comportamento mi fa stare male, ma mi ritrov...
20/01/2026

Nel lavoro clinico, una delle frasi che ascolto più spesso è:
“So che questo comportamento mi fa stare male, ma mi ritrovo a farlo sempre.” Oppure: “Lo so razionalmente, ma il mio corpo reagisce prima.”
È l’esperienza di chi si sente come un criceto sulla ruota: si corre, si ripete, si promette di cambiare direzione, ma il movimento resta sempre lo stesso.
Succede, ad esempio, quando dici di voler restare calm@ e invece senti il cuore accelerare, i muscoli tendersi, la voce cambiare
ancora prima di avere un pensiero chiaro su ciò che sta accadendo.
Questo non è un fallimento della volontà.
È una sequenza neurobiologica.
Le neuroscienze mostrano che gli stimoli emotivamente rilevanti
seguono una via rapida, sottocorticale: l’informazione passa dall’amigdala e dal sistema limbico prima di raggiungere le aree corticali deputate alla valutazione e alla scelta consapevole.
Questa via è veloce, automatica, non verbale.
Serve a garantire la sopravvivenza, non la coerenza con i nostri propositi.
Quando queste risposte vengono apprese in contesti precoci o emotivamente intensi, il cervello le consolida come schemi di funzionamento preferenziali.
È qui che possiamo collocare Anánkē, oggi:
non come destino astratto, ma come necessità neurobiologica appresa.
Il corpo e il comportamento “scelgono” prima perché sono stati addestrati a farlo.
La corteccia arriva dopo, spesso per spiegare, razionalizzare o colpevolizzarsi.
Per questo il cambiamento non avviene.. chiedendo al pensiero di controllare ciò che è automatico.
Avviene quando il sistema nervoso vive nuove esperienze di sicurezza, sufficientemente ripetute e relazionali
da poter rallentare la ruota.
Capire Anánkē nel cervello non significa arrendersi alla ripetizione.
Significa sapere dove intervenire, senza trasformare la fatica in colpa.

Sono molto felice di ospitare nel mio studio di Consulenza Psicologica questo bellissimo percorso di scrittura.Tra mura ...
13/01/2026

Sono molto felice di ospitare nel mio studio di Consulenza Psicologica questo bellissimo percorso di scrittura.
Tra mura che custodiscono storie, sono certa che anche quelle che nasceranno da queste penne troveranno uno spazio accogliente, in cui prendere forma e voce.

In studio, molto spesso sento dire:“So che mi fa male, ma non riesco a fare diversamente.”Non è una mancanza di volontà....
11/01/2026

In studio, molto spesso sento dire:
“So che mi fa male, ma non riesco a fare diversamente.”

Non è una mancanza di volontà.
Non è pigrizia.
E nemmeno resistenza al cambiamento.

In psicologia esiste una parola antica per descrivere questa esperienza: Anánkē.
Nella mitologia greca è la forza della Necessità, ciò che accade perché deve accadere, anche contro il desiderio e la ragione.

Clinicamente, Anánkē vive in quelle parti della psiche che hanno imparato molto presto che ripetere era più sicuro che rischiare.
Per questo alcune scelte si presentano come obbligate, alcune relazioni come inevitabili, alcuni comportamenti come l’unica via possibile... anche quando sono disfunzionali, anche quando generano sofferenza.
Capire Anánkē non significa rassegnarsi.
Significa smettere di colpevolizzarsi per ciò che, a un certo punto della vita, ha avuto una funzione di sopravvivenza, difensiva.

Il lavoro psicologico inizia qui: riconoscendo la necessità che sta alla base di quella reazione che si sente inevitabile, riconoscendo le funzioni protettive che ha avuto in alcuni momenti della vita, quelli dove si avevano meno risorse. E' da lì che parte il cambiamento.

Come ogni inizio d’anno, anche quest’anno io e la mia famiglia ci siamo fermati a condividere gli obiettivi.Non quelli “...
03/01/2026

Come ogni inizio d’anno, anche quest’anno io e la mia famiglia ci siamo fermati a condividere gli obiettivi.
Non quelli “giusti”, non quelli da miglioramento a tutti i costi.
Quelli che sentiamo possibili, sostenibili, umani.
Ed è da lì che mi è tornata in mente una frase potente:
RESISTERE AL CAPITALISMO LIMBICO.
All’inizio dell’anno ci viene chiesto di:
migliorarci, performare, ottimizzare, correggerci.
Obiettivi, liste, abitudini vincenti.
Ma raramente ci chiediamo da dove nascono questi obiettivi.
Il capitalismo limbico funziona così:
trasforma le emozioni in leve di consumo,
l’insicurezza in mercato,
il desiderio in urgenza,
la mancanza in colpa.
E così anche gli obiettivi personali rischiano di nascere lì:
non da ciò che ci fa stare meglio,
ma da ciò che promette di renderci più accettabili.
Resistere non significa rinunciare a crescere.
Significa scegliere obiettivi che non violentano il sistema nervoso.
Obiettivi che:
non nascono dalla paura di essere “sbagliati”
non chiedono di ignorare il corpo
non pretendono di funzionare sempre
Forse, quest’anno, migliorarsi può voler dire:
rallentare dove sei sempre in allerta
smettere di forzarti a “sentire giusto”
ascoltare ciò che non produce risultati immediati
Resistere al capitalismo limbico
è un atto psicologico, prima ancora che politico.

Ci sono ancora pochi posti disponibili. Per studentesse e studenti di scuola secondaria di secondo grado la partecipazio...
09/10/2025

Ci sono ancora pochi posti disponibili. Per studentesse e studenti di scuola secondaria di secondo grado la partecipazione ai seminari verrà riconosciuta da come attività di PCTO.

Ci sono ancora pochi posti disponibili. Per studentesse e studenti di scuola secondaria di secondo grado la partecipazio...
09/10/2025

Ci sono ancora pochi posti disponibili. Per studentesse e studenti di scuola secondaria di secondo grado la partecipazione ai seminari verrà riconosciuta come attività di PCTO.

Io e  vi aspettiamo: è il primo di 4 appuntamenti
03/10/2025

Io e vi aspettiamo: è il primo di 4 appuntamenti

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