17/12/2025
La sofferenza è sempre stata oggetto di business.
Lo vediamo da decenni: industrie farmaceutiche che si sono arricchite fino a diventare potenze economiche globali, trasformando il dolore in opportunità di mercato.
Ma per molto tempo — nonostante tutto — la terapia è rimasta fuori da questa logica.
Un luogo umano, intimo, non replicabile.
Uno spazio dove il tempo si dilata, dove non si promettono soluzioni, ma si sostiene un processo, passo dopo passo.
Oggi però qualcosa è cambiato.
Startup con alle spalle milioni di euro in investimenti entrano nel nostro campo con logiche da e-commerce:
sedute in saldo, pacchetti promozionali, terapie vendute come abbonamenti.
“Acquista questo prodotto e ricevi un percorso di supporto psicologico”.
E io credo che, di fronte a questo scenario, sia giusto — e forse doveroso — prendere parola.
Perché la terapia non è una merce.
Non può esserlo.
Non lo sarà mai, se continuiamo a custodirne il senso.
Andare in terapia è un gesto profondo.
Un sì che arriva dopo giorni, mesi, anni di resistenza.
Un sì che nasce da una crepa, da una stanchezza che non regge più, da un filo sottile di speranza che torna a farsi sentire.
Un sì che non si compra, ma matura lentamente dentro una persona.
Chi arriva in terapia non sta facendo un acquisto.
Sta dicendo: non ce la faccio più da solo, non voglio più far finta, ho bisogno di qualcuno che regga con me quello che sto portando.
Questo gesto ha un peso simbolico enorme.
Ed è proprio questo peso che rischiamo di perdere quando la cura viene trattata come qualcosa che si compra — o, peggio ancora, che si regala.
La terapia è uno spazio particolare:
chi entra non porta un problema da eliminare, ma una storia che chiede di essere compresa, tenuta, riorganizzata.
Ridurre tutto questo a un prodotto vendibile è un rischio enorme.
Non solo per chi chiede aiuto, ma per la cultura della cura stessa.
Quando la cura viene trattata come una promozione, cambia il patto implicito.
Cambia il modo in cui il paziente si presenta.
Cambia il modo in cui il terapeuta viene percepito.
E, lentamente, cambia anche il nostro modo di stare nel ruolo.
Perché se ciò che offriamo è un servizio come un altro, allora anche il terapeuta diventa sostituibile.
Scambiabile.
Valutabile solo in termini di costo, velocità, soddisfazione immediata.
Ma la terapia non funziona così.
Non è rapida.
Non è garantita.
Non è misurabile con metriche di consumo.
La sua forza sta proprio nel fatto che non promette risultati immediati, ma una possibilità reale di cambiamento.
Una possibilità che richiede tempo, presenza, continuità, e una relazione che non può essere compressa in un modello di business.
“Quando la cura perde il suo peso, diventa più facile da comprare.
Ma smette di fare ciò per cui è nata.”
( Il terapeuta scalzo)