Dott.ssa Elettra Paolini - Psicologia Alimentare

Dott.ssa Elettra Paolini - Psicologia Alimentare Comprendere, affrontare e gestire l'obesità, grazie alla psicologia alimentare.

Aiuto le persone con obesità e sovrappeso a vivere serenamente il loro rapporto col peso e col cibo

Non tutta la vergogna che riguarda il corpo, nasce dal corpo.Per chiarire questo concetto occorre fare una premessa: esi...
20/04/2026

Non tutta la vergogna che riguarda il corpo, nasce dal corpo.
Per chiarire questo concetto occorre fare una premessa: esiste una forma di trauma meno visibile, ma molto pervasiva;
quella che si costruisce all’interno delle relazioni.
È ciò che in letteratura viene spesso definito shame-based trauma:
un trauma che non si basa necessariamente su eventi eclatanti, ma su esperienze ripetute di: umiliazione, svalutazione, critica costante, trascuratezza emotiva e
mancanza di sintonizzazione.

In questi contesti, il bambino non impara solo che "qualcosa non va". Impara che è lui a non andare bene.
E questo dà origine a un senso profondo di: vergogna, inferiorità, inadeguatezza e difettosità.
Questa vergogna, nel tempo, ha bisogno di “agganciarsi” a qualcosa di visibile.
E molto spesso trova nel corpo il suo punto di appoggio.
A quel punto diventa facile pensare:
“Mi vergogno perché il mio corpo è così.”
Ma non sempre è così semplice.
In molti casi, il corpo diventa il luogo in cui si organizza una vergogna più antica.
Una vergogna che esisteva già, prima ancora di avere a che fare con il peso, con la forma o con l’aspetto.
Per questo lavorare solo sull’immagine corporea, senza interrogarsi sulla storia relazionale della persona, rischia di non essere sufficiente.
Perché se la radice è una vergogna più profonda,
cambiare il corpo non basta a scioglierla.
E forse la domanda, a un certo punto, può diventare un’altra:
questa vergogna appartiene davvero al mio corpo o è qualcosa che il mio corpo sta portando per me?

Il corpo non cambia solo quando dimagrisce.Cambia quando lo si abita.Nel lavoro con persone che soffrono per la propria ...
10/04/2026

Il corpo non cambia solo quando dimagrisce.
Cambia quando lo si abita.
Nel lavoro con persone che soffrono per la propria immagine corporea, c’è un equivoco molto diffuso, ossia che “lavorare sul corpo” significhi necessariamente fare attività fisica con l’obiettivo di modificarlo.
Ma il corpo non è solo qualcosa da cambiare.
È qualcosa con cui entrare in relazione.
In tal senso è piuttosto illuminante il contributo dell'approccio sensomotorio, il quale parte da un presupposto importante:
il modo in cui ci muoviamo, stiamo in piedi, respiriamo e percepiamo il nostro corpo è profondamente legato a ciò che sentiamo, a ciò che pensiamo di noi e al nostro senso di efficacia.
Questo significa che lavorare sul corpo può avere effetti diretti anche su emozioni, convinzioni e
immagine di sé.
E questo è particolarmente rilevante nelle persone con obesità, dove il corpo è spesso vissuto come qualcosa da nascondere, da controllare, da correggere o, in molti casi, qualcosa da cui prendere distanza.
In questo contesto, lavorare sul corpo non significa "fare palestra".
Può voler dire:
🟢esplorare il movimento senza finalità estetiche;
🟢riscoprire il piacere di usare il corpo (camminare, ballare, fare sport);
🟢sviluppare una maggiore consapevolezza sensoriale;
🟢imparare pratiche di autoregolazione come il radicamento o la centratura;
🟢notare come cambiano la postura, il respiro, la tensione in diverse situazioni.
Sono tutte esperienze che aiutano a fare qualcosa di molto più profondo del “cambiare il corpo”: permettono di ri-abitare il corpo.
L'immagine corporea non è solo ciò che vediamo allo specchio.
È anche ciò che sentiamo da dentro.
E quando il corpo smette di essere solo un oggetto da giudicare e diventa uno spazio da esplorare, qualcosa, spesso, inizia a cambiare.

Sentiamo dire spesso che il cibo può servire a regolare le emozioni e che l'alimentazione emotiva consiste esattamente i...
09/04/2026

Sentiamo dire spesso che il cibo può servire a regolare le emozioni e che l'alimentazione emotiva consiste esattamente in questo: alimentarsi per sedare, controllare, ridurre, maneggiare emozioni. Che siano positive o negative.
Ma forse questa prospettiva manca di una lettura più fine del meccanismo che sta alla base dell'emozional eating. Sto parlando della regolazione del sistema nervoso. Perché, di fatto, le emozioni non fanno altro che spingerci verso una maggiore o minore attivazione dell'arousal (iperarousal o ipoarousal) ed è qui che il cibo può ve**re in aiuto riportardo il nostro sistema nervoso all'interno della finestra di tolleranza.
Mangiando possiamo ridurre l'attivazione (placare l'ansia, fermare il tremore, far distendere i muscoli, spegnere i pensieri, ecc.) o, al contrario, sentirci un po' più attivi (uscire dal torpore, ridestarci dall'inattivitá, sentire di avere potere su una situazione, risvegliare i sensi assopiti, ecc.). Accorgerci di quale funzione specifica assume il cibo nelle nostre giornate, rispetto al management delle emozioni, è fondamentale per poter rintracciare un ventaglio di alternative più ampio.
È possibile che l'alimentazione in eccesso svolga entrambe le funzioni (abbassare l'iperarousal o alzare l'ipoarousal), in base alle emozioni che serve a regolare. Quindi il primo passo è rintracciare quotidianamente, attraverso l'osservazione e la scrittura di ciò che emerge, i modi in cui il cibo entra in gioco.
Solo dopo aver ritratto al meglio le sue funzioni, caso per caso, si può pensare a come affiancargli utili alleati comportamentali che possano svolgere la medesima funzione, senza per questo eliminarlo dalla propria vita.

Lo studio del cervello ha permesso di scoprire che tutti gli esseri umani possiedono una coscienza molteplice più che un...
19/03/2026

Lo studio del cervello ha permesso di scoprire che tutti gli esseri umani possiedono una coscienza molteplice più che una coscienza unitaria. Su questa base si sono sviluppati diversi modelli teorici che utilizzano il lavoro con le parti in terapia al fine di aiutare i pazienti a creare un'armonia fra di esse. Infatti: "disconoscere alcune parti del proprio sé e identificarsi eccessivamente con altre, non favorisce l'integrazione e il raggiungimento di un senso di completezza" (Fisher, 2017).
Le cosiddette "parti fuga", in particolar modo, sono propense a scegliere i comportamenti alimentari come strategia per prendere le distanze da sentimenti intollerabili.
Cosa rende, allora, da un punto di vista delle parti, il cibo meno necessario?
Secondo questa prospettiva il cibo diventa meno centrale quando:
1) C'è una presenza interna affidabile
Ossia una parte adulta che non giudica, che rappresenta una guida affidabile e che è capace di RESTARE;
2) Le parti non devono lavorare da sole
Spesso la parte che usa il cibo è sola, non può delegare, non può fermarsi. Quando allora la parte inizia a sentire che non è l'unica a doversi occupare di tutto, l'urgenza si abbassa;
3) Esiste un'esperienza reale di sollievo non mediata dal controllo
Non parlo di esperienze come "mi distraggo" o "resisto" ma di esperienze in cui il corpo si rilassa davvero, non c'è sforzo e non c'è una finta pausa. Per ognuno di noi può equivalere a comportamenti diversi: contenimento fisico (calore, coperta pesante), un contatto sicuro, del riposo profondo, una voce che regola...
Una domanda di partenza molto utile per capire da dove iniziare può essere:
"Cosa manca, in questo momento, che il cibo sta fornendo?"

Il nostro rapporto con il cibo non riguarda solo nutrizione o abitudini.Molto spesso è anche un modo per regolare gli st...
13/03/2026

Il nostro rapporto con il cibo non riguarda solo nutrizione o abitudini.
Molto spesso è anche un modo per regolare gli stati emotivi.
E la capacità di regolare le emozioni si sviluppa molto presto, nelle relazioni con le figure di accudimento.
Secondo la teoria dell’attaccamento (sviluppata da John Bowlby e approfondita da Mary Ainsworth), i bambini imparano progressivamente a gestire le emozioni attraverso l’esperienza di essere compresi e regolati da un adulto.
Quando questa regolazione è sufficientemente stabile e prevedibile, il bambino sviluppa fiducia nei propri stati interni e nella possibilità di poterli regolare.
Quando invece la relazione è imprevedibile, distante o spaventante, il bambino può sviluppare strategie diverse per gestire il disagio emotivo.
Alcune ricerche hanno osservato che queste strategie possono riflettersi anche nel rapporto con il cibo.
Non si tratta di relazioni deterministiche, ma di tendenze che emergono in molti studi.
Vediamo come:
💞Attaccamento sicuro
Le persone con un attaccamento più sicuro tendono ad avere una regolazione emotiva più flessibile. Il cibo, in genere, mantiene la sua funzione principale: nutrimento e piacere.
🩶Attaccamento ansioso
Quando la relazione di attaccamento è stata incostante o imprevedibile, alcune persone sviluppano una maggiore sensibilità al rifiuto e all’abbandono.
In questi casi il cibo può diventare uno dei modi per calmare stati emotivi intensi, come ansia, solitudine o paura della perdita.
🤍Attaccamento evitante
Chi ha imparato presto che esprimere i propri bisogni non porta risposta può sviluppare una forte autonomia apparente e una tendenza a minimizzare le emozioni.
Nel rapporto con il cibo questo può tradursi in maggiore controllo, rigidità o distacco dai segnali corporei.
🖤Attaccamento disorganizzato
Quando la relazione di attaccamento è stata fonte di una "paura senza sbocco" (il caregiver rappresenta nel medesimo tempo sia una fonte di protezione che di minaccia), la regolazione emotiva può risultare particolarmente complessa.
(Continua dei commenti)

Alcune persone imparano presto che l'umiliazione arriva dagli altri. Per esempio da genitori critici, prese in giro, com...
10/03/2026

Alcune persone imparano presto che l'umiliazione arriva dagli altri. Per esempio da genitori critici, prese in giro, commenti sul corpo, confronti, ironia svalutante (ricordo qui che il sarcasmo, spesso molto sottovalutato, è una forma di violenza, specialmente se agito a livello intrafamiliare). In risposta a queste svalutazioni le persone sviluppano una strategia difensiva: anticipare l'umiliazione, rivolgendosela da sole, prima che lo facciano gli altri.
Questo ha almeno due funzioni:
1) controllo: se mi svaluto io per primo, controllo la situazione; non vengo colto di sorpresa;
2) disinnesco sociale: è una forma di sottomissione preventiva nel sistema di rango. Tradotto nel linguaggio evolutivo è come dire: "sono già basso nella gerarchia, non serve che mi attacchi".
Purtroppo questo sistema difensivo non fa altro che confermare a se stessi che è necessario proteggersi perché il pericolo di svalutazione e rifiuto è ancora in atto. Le esperienze relazionali negative del passato continuano a essere riprodotte nel presente con l'ausilio della propria complicità.
La vergogna qui diventa identitaria. Qualcosa che fa male ma in cui ci si riconosce profondamente.

CAMBIARE IL CORPO PER SENTIRSI ACCETTABILIUno dei passaggi più delicati nello sviluppo psicologico di un bambino riguard...
09/03/2026

CAMBIARE IL CORPO PER SENTIRSI ACCETTABILI
Uno dei passaggi più delicati nello sviluppo psicologico di un bambino riguarda la formazione dell’immagine di sé.
Per costruire un senso stabile di chi è, il bambino ha bisogno che qualcuno lo aiuti a riconoscere e comprendere ciò che prova. Ha bisogno di adulti capaci di riflettere i suoi stati emotivi: di vedere la sua paura, la sua rabbia, la sua tristezza e restituirglieli in una forma comprensibile.
Quando questo processo funziona, il bambino impara progressivamente a fidarsi dei propri stati interni. Impara che ciò che sente ha un significato e che può essere pensato.
Ma non sempre va così.
Quando il genitore è poco sintonizzato, assente, imprevedibile o troppo preso dalle proprie difficoltà, il bambino può incontrare una crescente difficoltà ad accedere ai propri sentimenti e a percepire il proprio “vero sé”.
In queste condizioni succede qualcosa di molto importante:
il bambino inizia a costruire la propria immagine di sé non partendo da ciò che sente, ma da come pensa di essere visto dagli altri.
L’immagine e la stima di sé diventano allora fortemente dipendenti dalla valutazione esterna.
Questo meccanismo può accompagnare la persona anche nella vita adulta.
Quando il senso di sé è fragile o poco radicato nell’esperienza interna, diventa naturale cercare di gestire l’immagine che gli altri hanno di noi.
Si cerca di apparire nel modo giusto, di non deludere, di essere accettati.
Ed è qui che, per alcune persone, entra in gioco anche il rapporto con il corpo.
Se sento che il mio valore dipende da come vengo visto, il corpo può trasformarsi in uno degli strumenti principali attraverso cui provare a controllare quella valutazione.
Cambiare il proprio corpo, correggerlo, disciplinarlo o combatterlo può diventare un tentativo di rendere l’immagine più accettabile, più conforme alle aspettative esterne.
Non è solo una questione estetica.
È spesso il tentativo di mettere in sicurezza qualcosa di molto più profondo: il proprio valore.
Per questo lavorare sull’immagine corporea, nella maggior parte dei casi, non significa solo parlare di peso o di aspetto fisico.
(continua nei commenti)

Il mio recente post sulla guerra ha suscitato una curiosità legata alla gestione delle emozioni che mi fa piacere soddis...
07/03/2026

Il mio recente post sulla guerra ha suscitato una curiosità legata alla gestione delle emozioni che mi fa piacere soddisfare.
In particolar modo rispetto ai tentativi di coping che nel tempo possono rivelarsi controproducenti per il nostro benessere mentale.
Il problema delle strategie che andrò a nominare è che purtroppo esse hanno una funzionalità limitata, se non dannosa, nel lungo periodo.
Il meccanismo è quello di un sollievo immediato che nel tempo finisce per mantenere la difficoltà. Questo vale anche nel rapporto con il cibo.
Ho pensato dunque di illustrarle brevemente facendo accenno a come si calano nell'ambito alimentare.

🧠Assenza di regolazione
Quando le emozioni diventano travolgenti, alcune persone non riescono a contenerle: l’emozione prende il sopravvento e guida il comportamento.
Nel rapporto con il cibo questo può tradursi in episodi di alimentazione impulsiva, in cui si mangia senza riuscire a fermarsi, come se l’emozione stesse cercando una via d’uscita.
🧠Evitamento
È una delle strategie più diffuse: evitare situazioni, pensieri o emozioni che fanno stare male.
Nel rapporto con il cibo questo può significare evitare di sentire alcune emozioni riempiendo subito quel vuoto con qualcosa da mangiare.
🧠Rimuginio
Pensare e ripensare continuamente agli stessi problemi senza trovare una soluzione. Il rimuginio dà l’illusione di stare affrontando qualcosa, ma in realtà mantiene l’attivazione emotiva.
A volte il cibo diventa una pausa momentanea da questo flusso incessante di pensieri.
🧠Preoccupazione
La mente prova ad anticipare ogni possibile rischio futuro per sentirsi più preparata. Ma questo genera spesso solo più ansia.
In alcuni casi il cibo diventa uno dei pochi momenti in cui si riesce temporaneamente a “staccare” da questo stato di allerta.
🧠Controllo
Alcune persone cercano di controllare rigidamente emozioni, pensieri e comportamenti. Il controllo dà una sensazione di sicurezza, ma richiede molta energia.
Nel rapporto con il cibo questo può tradursi in diete rigidissime o regole alimentari molto severe, che prima o poi rischiano di cedere sotto la pressione emotiva.
🧠Soppressione
(continua dei commenti)

Quando pensiamo al mangiare in eccesso, spesso immaginiamo qualcuno che cerca conforto.Qualcuno che mangia per calmarsi,...
05/03/2026

Quando pensiamo al mangiare in eccesso, spesso immaginiamo qualcuno che cerca conforto.
Qualcuno che mangia per calmarsi, per riempire un vuoto, per consolarsi.
A volte è così.
Ma non sempre.
Ci sono persone che mangiano quando sono esauste, quando il corpo chiede loro di fermarsi…ma fermarsi non è contemplato.
Perché nella loro storia fermarsi ha sempre avuto un significato preciso:
perdere valore, essere inutili, diventare un peso.
Molte persone sono cresciute imparando molto presto che era meglio non gravare sugli altri, non avere troppi bisogni, non creare problemi.
A volte perché i genitori erano fragili, stanchi, depressi o troppo presi dalle loro difficoltà.
Così il bambino impara ad adattarsi: a essere autonomo, utile, collaborativo. A non chiedere troppo.
Il problema è che quell’apprendimento può restare dentro anche da adulti.
Allora si va avanti.
Si lavora.
Si produce.
Si tiene tutto sotto controllo.
Fermarsi diventa quasi pericoloso, perché dentro risuona un messaggio antico:
"se mi fermo, divento un peso".
Finché qualcosa, dentro, trova un modo per interrompere questo meccanismo.
E il cibo, a volte, diventa proprio questo: una pausa forzata.
Mangiare in quel momento rompe il ritmo, sospende per un attimo la prestazione continua, crea una breccia nel controllo.
Per qualche minuto non si può fare altro. Ci si ferma.
È come se una parte più profonda dicesse:
“Se non ti concedi di fermarti, troverò io il modo di farlo.”
Per questo, in alcuni percorsi, il lavoro non è solo chiedersi “perché mangio?”
ma anche qualcosa di molto più scomodo:
“Mi sto dando il permesso di fermarmi?”
Perché quando il riposo diventa illegittimo,
quando la pausa viene vissuta come una colpa,
il corpo e la mente trovano comunque il modo di prendersela,
nell'unico modo che gli è possibile.

Il rumore, la guerra e quello che non stiamo facendo.È il terzo giorno di guerra in Iran e la tensione è sempre più alta...
03/03/2026

Il rumore, la guerra e quello che non stiamo facendo.

È il terzo giorno di guerra in Iran e la tensione è sempre più alta.
Mi sono accorta di aver passato ore a cercare informazioni.
Leggere, ascoltare, confrontare fonti. Cercare di capire cosa sta succedendo e cosa potrebbe succedere.
E più leggo, meno mi sembra di sapere.
Le informazioni sono molteplici, spesso contrastanti, a tratti deliranti.
È il paradosso del nostro tempo: tanta informazione che diventa inservibile.
Non chiarisce. Attiva.
Il sistema nervoso resta in allarme costante.
E noi ci sentiamo aggiornati, ma non più lucidi.
C’è chi usa l’ironia per sdrammatizzare.
C’è chi iper-spiega attingendo alla storia, nel tentativo di trovare senso.
C’è chi si rifugia nell’indignazione contro il politico di turno o nell’ennesima polemica laterale.
Tutto sembra movimento.
Ma è un movimento che non cambia nulla.
Mi sono resa conto, osservando me stessa, che forse non stiamo facendo l’unica cosa davvero sensata: fermarci e sentire.
Sentire la paura.
La rabbia.
La tristezza.
Forse, se fossimo davvero in contatto con ciò che abbiamo dentro, potremmo piangere per le persone che stanno perdendo la casa, la sicurezza, la vita.
E da quel contatto potrebbe nascere qualcosa di più autentico dell’ansia o del sarcasmo: un senso civico, una presa di posizione, un’azione concreta.
Invece restiamo incantati davanti al pendolo del flusso continuo.
Scrolliamo. Commentiamo. Condividiamo.
Ma non elaboriamo.
Non è disinteresse.
È una forma di anestesia.
Forse l’unica speranza che abbiamo è questa:
non lasciare che il rumore sostituisca il sentire.
Guardare dentro prima di reagire fuori.
Guardare l’altro, non “gli altri”.
Recuperare uno spazio di coscienza prima che venga riempito dall’ennesima notifica.
Non per smettere di informarci.
Ma per non smettere di essere umani.

Immagine di Avogado_6_

Una persona mi ha raccontato di aver rinunciato più volte a partecipare a una semplice rimpatriata fra amici.Non perché ...
28/02/2026

Una persona mi ha raccontato di aver rinunciato più volte a partecipare a una semplice rimpatriata fra amici.
Non perché non le facesse piacere.
Non perché non ne avesse il tempo.
Ma per la vergogna.
La vergogna di esporsi.
La vergogna di non sentirsi “adeguata”.
La vergogna di occupare uno spazio che, dentro di sé, sentiva di non meritare.
Seguire quella vergogna significava restare a casa.
E restare a casa avrebbe rafforzato l’idea che per fare certe cose servano determinate caratteristiche: un certo corpo, una certa sicurezza, una certa “idoneità”.
In altre parole, avrebbe confermato il messaggio con cui era cresciuta:
si può essere amati, perfino tollerati, solo se si corrisponde a ciò che gli altri si aspettano.
L’antidoto alla vergogna, però, non è trasformarsi nella versione di sé che si immagina accettabile.
Non è diventare abbastanza magri per uscire, abbastanza sicuri per esporsi, abbastanza perfetti per esistere.

L’antidoto alla vergogna è DARSI IL PERMESSO.

Permesso di esserci così come si è.
Permesso di fare qualcosa anche sentendosi impacciati, fuori posto, imperfetti.
Permesso di non aspettare di diventare “degni”.
Darsi il permesso significa dirsi:
sono abbastanza, proprio qui, proprio ora.
Significa interrompere la logica dell’amore condizionato, quella che ci ha insegnato che per valere dobbiamo prima superare una prova, raggiungere uno standard, correggere una mancanza.
La parte che prova vergogna non è il nemico.
È spesso una parte che ha imparato a proteggersi dal rifiuto, perché quel rifiuto lo ha già conosciuto e fa di tutto per evitarlo.
E quando una parte adulta può prenderla per mano e dirle:
“Vieni lo stesso. Non devi guadagnarti il diritto di esistere”, qualcosa cambia.
Non scompare la paura.
Ma smette di decidere al posto nostro.
La libertà non nasce dal sentirsi pronti.
Nasce dal concedersi di non esserlo.

Indirizzo

Voghera
27058

Notifiche

Lasciando la tua email puoi essere il primo a sapere quando Dott.ssa Elettra Paolini - Psicologia Alimentare pubblica notizie e promozioni. Il tuo indirizzo email non verrà utilizzato per nessun altro scopo e potrai annullare l'iscrizione in qualsiasi momento.

Contatta Lo Studio

Invia un messaggio a Dott.ssa Elettra Paolini - Psicologia Alimentare:

Condividi

Digitare