05/03/2026
Quando pensiamo al mangiare in eccesso, spesso immaginiamo qualcuno che cerca conforto.
Qualcuno che mangia per calmarsi, per riempire un vuoto, per consolarsi.
A volte è così.
Ma non sempre.
Ci sono persone che mangiano quando sono esauste, quando il corpo chiede loro di fermarsi…ma fermarsi non è contemplato.
Perché nella loro storia fermarsi ha sempre avuto un significato preciso:
perdere valore, essere inutili, diventare un peso.
Molte persone sono cresciute imparando molto presto che era meglio non gravare sugli altri, non avere troppi bisogni, non creare problemi.
A volte perché i genitori erano fragili, stanchi, depressi o troppo presi dalle loro difficoltà.
Così il bambino impara ad adattarsi: a essere autonomo, utile, collaborativo. A non chiedere troppo.
Il problema è che quell’apprendimento può restare dentro anche da adulti.
Allora si va avanti.
Si lavora.
Si produce.
Si tiene tutto sotto controllo.
Fermarsi diventa quasi pericoloso, perché dentro risuona un messaggio antico:
"se mi fermo, divento un peso".
Finché qualcosa, dentro, trova un modo per interrompere questo meccanismo.
E il cibo, a volte, diventa proprio questo: una pausa forzata.
Mangiare in quel momento rompe il ritmo, sospende per un attimo la prestazione continua, crea una breccia nel controllo.
Per qualche minuto non si può fare altro. Ci si ferma.
È come se una parte più profonda dicesse:
“Se non ti concedi di fermarti, troverò io il modo di farlo.”
Per questo, in alcuni percorsi, il lavoro non è solo chiedersi “perché mangio?”
ma anche qualcosa di molto più scomodo:
“Mi sto dando il permesso di fermarmi?”
Perché quando il riposo diventa illegittimo,
quando la pausa viene vissuta come una colpa,
il corpo e la mente trovano comunque il modo di prendersela,
nell'unico modo che gli è possibile.