Dott.ssa Elettra Paolini - Psicologia Alimentare

Dott.ssa Elettra Paolini - Psicologia Alimentare Comprendere, affrontare e gestire l'obesità, grazie alla psicologia alimentare.

Aiuto le persone con obesità e sovrappeso a vivere serenamente il loro rapporto col peso e col cibo

Fra appena un giorno, migliaia di persone rientreranno dalle vacanze e ritorneranno a vivere in un tempo scandito dalle ...
05/01/2026

Fra appena un giorno, migliaia di persone rientreranno dalle vacanze e ritorneranno a vivere in un tempo scandito dalle routine quotidiane.
Rassicurante per qualcuno e opprimente per qualcun altro, il ritorno a questa pressante scansione temporale può innescare o rafforzare quella che per molti è una vera e propria "sindrome dell'impostore". Una sensazione di funzionare a tutti i costi, a performare, a incastrare impegni che collima con un senso di inadeguatezza e fatica interiore creando uno scollamento identitario: "funziono davvero o è solo sopravvivenza?"
Tornare alla “vita normale” può riattivare una sensazione profonda di essere fuori posto, di funzionare per dovere più che per diritto. Di funzionare solo perché non si hanno alternative. Come se la parte che lavora, organizza, tiene insieme le cose… non fosse davvero “nostra”.
Janina Fisher parla a questo proposito del sé della vita normale: quella parte che continua ad andare avanti anche quando dentro è tutto confuso, spaventato o stanco. Molte persone la scambiano per un falso sé, per una maschera, per fortuna immeritata. Ma Fisher scrive una cosa importante: un falso sé non si impegnerebbe così tanto. Non reggerebbe il peso della quotidianità con questa tenacia silenziosa.
Se nei prossimi giorni dovessi sentirti così: come se stessi recitando la tua vita, come se prima o poi qualcuno dovesse smascherarti, sappi che non è una prova della tua falsità. È spesso il segno di quanto hai dovuto imparare a resistere.
Non è la forza che manca, ma è la constatazione che andare avanti significa farlo insieme a parti di sé che sono stanche, spaventate o diffidenti.
Forse il rientro non va affrontato chiedendosi “ce la farò?”,
ma riconoscendo con più compassione: sono ancora qui, ed è questo che conta.

Quando una persona decide di intraprendere un percorso psicologico capita molto spesso che, a fronte di un iniziale slan...
03/01/2026

Quando una persona decide di intraprendere un percorso psicologico capita molto spesso che, a fronte di un iniziale slancio verso il cambiamento, vi sia una marcia indietro anche piuttosto improvvisa e repentina.
La persona si decide,magari dopo anni di riflessioni, a fissare un appuntamento ma poi, proprio quando è tutto pronto per iniziare, qualcosa di più forte di lei la attrae verso la stabilità e la costringe a ve**re meno ai suoi impegni.
Chi fa il mio lavoro conosce molto bene questi meccanismi e sa che ciò accade, non perché manchi la motivazione, ma perché emergono resistenze psicologiche profonde, che non sono ostacoli da eliminare, bensì segnali da ascoltare.
Alcune delle più frequenti resistenze che osservo nei pazienti che vogliono occuparsi della propria obesità, sono:
1. La paura di perdere ciò che il sintomo ha protetto.
Il peso, il cibo, le abitudini alimentari non sono solo un problema: per molte persone sono, o sono state, anche una strategia di sopravvivenza.
Iniziare un percorso significa, in parte, avvicinarsi a emozioni, bisogni e ferite che prima venivano tenuti a distanza.
La resistenza qui non dice “non voglio stare meglio”, ma: “e se senza questo non sapessi come reggere?”.
2. La resistenza all’idea che non sia solo una questione di volontà.
Molte persone arrivano in terapia con una narrazione interiorizzata: “se mi impegnassi davvero, ce la farei”.
Mettere in discussione questa idea può essere destabilizzante, perché significa riconoscere che il problema non è la mancanza di forza, ma una storia più complessa.
E questo può far sentire vulnerabili, esposti, persino spaventati.
3. La paura di non avere più un obiettivo chiaro (dimagrire).
Per anni il dimagrimento è stato l’unico faro.
Un percorso psicologico sposta il focus: dal peso al significato, dal controllo alla relazione con sé.
Questo può generare smarrimento: “Se non punto solo al peso, allora verso cosa sto andando?”.
4. La resistenza legata alla vergogna.
Parlare di cibo, corpo e fallimenti ripetuti significa spesso riattivare una vergogna antica.
(continua nei commenti)

Il 2026 rappresenta il mio decimo anno di attività come psicologa.Fin da quando ho iniziato questo lavoro mi sono occupa...
02/01/2026

Il 2026 rappresenta il mio decimo anno di attività come psicologa.
Fin da quando ho iniziato questo lavoro mi sono occupata di relazione col cibo nei casi di obesità e, successivamente, di immagine corporea come tema profondamente connesso allo stesso.
Questi continueranno ad essere i miei focus anche quest'anno.

Il cuore di ciò che propongo è un modo di pensare e di sentire: comprendere le ragioni profonde di ciò che accade nel rapporto con il cibo e con il corpo, per imparare a starci in modo meno doloroso e meno giudicante.
In questo percorso accompagno persone che hanno già toccato con mano l'inconsistenza di proposte orientate al mero dimagrimento. Persone che hanno necessità di adottare uno sguardo complesso su di sé e
desiderano un modo più profondo di stare con il proprio corpo e con le proprie sensazioni.

Negli anni il mio lavoro si è arricchito di strumenti di aiuto sempre nuovi. Questo è evidente nei miei libri ( La vita oltre il peso, L’inganno di Venere, La fame nel cuore) in cui sono passata dal fornire strumenti più comportamentali e pratici (La vita oltre il peso), all'approfondimento delle radici del sintomo alimentare come soluzione funzionale a fronte di un malessere psichico altrimenti ingestibile (La fame nel cuore).

Infine, nell'anno 2025, ho voluto arricchire ulteriormente la mia proposta con un approfondimento sul trauma psicologico, molto frequentemente presente nelle persone con obesità.

Ciò che propongo non è “risolvere un sintomo”, ma rendere senso a ciò che avviene dentro.
Perché è dal senso (e non dal controllo) che nascono risposte più autentiche e durature.

Il passaggio da un anno all’altro viene spesso raccontato come una linea netta: si chiude, si ricomincia, si riparte.Per...
31/12/2025

Il passaggio da un anno all’altro viene spesso raccontato come una linea netta: si chiude, si ricomincia, si riparte.
Per alcune persone questa idea è una spinta autentica, un gesto simbolico che dà energia e direzione.
Ma dal punto di vista psicologico , ancora di più quando c’entrano il corpo, il cibo, la storia personale, il tempo raramente funziona in modo lineare.
Ci sono temi che tornano.
Fatiche che si ripresentano proprio quando pensavamo di averle superate.
Passi avanti che convivono con ritorni indietro.
Non perché “non stiamo lavorando abbastanza”, ma perché la mente e il corpo non seguono il calendario.
Per molte persone il cambiamento non ha la forma di un nuovo inizio pulito, ma quella di un'oscillazione: si avanza, si arretra, si comprende un po’ di più, si ricade, si riprende.
È un movimento meno eclatante, ma assolutamente degno e autentico.
Forse il senso di questi giorni non è decidere chi diventare da domani,
ma riconoscere dove siamo oggi.
E permetterci che il cambiamento avvenga anche senza una data precisa,
anche senza proclami,
anche senza entusiasmo costante.
Se l’inizio dell’anno per te è una spinta, prendila.
Se per te è solo un altro giorno in cui restare in ascolto, va bene anche questo.
La crescita non scade a mezzanotte.
E non perde valore solo perché non segue una linea retta.
Tanti auguri a voi, qualunque sia il vostro senso di cambiamento.

26/12/2025

Vorrei spendere due parole per commentare il messaggio presente in questo articolo che, a un primo sguardo, sembrava costruttivo e necessario ma che, corredato dal commento sulla "palestra di conflitto", mi ha lasciata delusa e sconfortata.
Dire che i figli entrino in no contact con i propri genitori a Natale (che poi non si tratta del Natale, ma di una scelta molto più ampia e duratura, che non riguarda solo le feste) perché non accettano il dibattito o i conflitti è una semplificazione delegittimante e totalmente ignara del contesto. Affermarlo denota irresponsabilità clinica e culturale. Il messaggio implicito è: "chi va in no contact lo fa perché non regge in confronto" e questo non solo è gravemente riduttivo ma ignora decenni di letteratura su: trauma relazionale, abuso emotivo, gaslighting, dinamiche di potere familiari, attaccamento disorganizzato.
Non è neutralità: è bias travestito da prudenza!
Il contraddittorio, in una relazione sana, presuppone almeno tre condizioni:
1) parità di potere;
2) reciproco riconoscimento;
3) disponibilità a rivedere la propria posizione.
Nelle famiglia disfunzionali queste condizioni NON ESISTONO. Perciò, quello che viene chiamata "palestra del conflitto" in realtà diventa:
- svalutazione;
- colpevolizzazione;
- riscrittura delle realtà;
- punizione emotiva
Nelle famiglie disfunzionali il no contact è un doverono atto necessario alla regolazione del sistema nervoso, una misura di protezione, una scelta di sopravvivenza psichica. E questa scelta non avviene a cuor leggero...avviene dopo anni:
- anni di spiegazioni
- anni di mediazioni
- anni di tentativi
- anni di "facciamoci andare bene anche questa..."
Dire che un figlio va in no contact perché "non regge il conflitto" è un'invalidazione terribile e doppiamente dolorosa.
Questa narrazione produce nella persona che la subisce effetti deleteri: "se mi allontano, forse sono io quella immatura, rigida, evitante". Ed è esattamente ciò che le famiglie disfunzionali instillano per anni per poter, di fatto , continuare a portare avanti la manipolazione:
"sei tu che non accetti il dialogo";
"sei tu che non sai perdonare"
"sei tu che non sei capace di mediare"
Alla luce di tutto ciò, una formulazione clinicamente più onesta sarebbe stata:
"In alcune famiglie il confronto è possibile e utile. Una palestra per migliorare le proprie competenze relazionali, un'occasione per crescere insieme. In altre, soprattutto in presenza di abuso emotivo e dinamiche manipolatorie, il no contact può essere una scelta di tutela necessaria".
ll no contact NON é una posizione ideologica.
E' una decisione contestuale, con ragioni ben radicate, spesso dolorosa e piena di lutto. Chi lo riduce a evitamento spesso non capisce o non vuole capire (questa seconda posizione è particolarmente presente in chi avrebbe più bisogno di approfondire le proprie dinamiche familiari) la scelta di persone che sono costrette a fare scelte diverse dalla propria oppure parte da una condizione di privilegio relazionale (è spesso difficile rappresentarsi cosa voglia vivere in certe famiglie se si ha avuto la fortuna di crescere in un ambiente sano e validante).
A volte la strada più semplice di fronte a ciò che non capiamo è semplicemente quella di astenersi dal giudizio.

È del tutto normale che una persona che si affaccia alla terapia per risolvere i suoi sintomi alimentari, si aspetti che...
18/12/2025

È del tutto normale che una persona che si affaccia alla terapia per risolvere i suoi sintomi alimentari, si aspetti che certi suoi comportamenti vengano in qualche modo "eliminati", che la bramosia alimentare svanisca, che il rapporto col cibo diventi definitivamente "sano".
Tuttavia non sempre questi sono obiettivi realmente terapeutici.
Possono non esserlo in assoluto per alcune persone e possono non esserlo per una data persona in un dato momento.
A volte, quei sintomi, sono semplicemente un male minore o, meglio, il modo migliore che la persona ha trovato per funzionare. E sarebbe inopportuno e disequilibrante estirpare quei comportamenti.
In questi casi, obiettivi plausibili e auspicabili possono essere che il rapporto cibo diventi: meno violento, meno segreto, meno carico di vergogna, meno esclusivo. E questo è già un enorme cambiamento.
RIDURRE IL DANNO, NON SOSTITUIRE IL BISOGNO, quindi.
Togliere la guerra interna, togliere il giudizio, eliminare l'idea che "non dovrei averne bisogno".
In questi casi il cibo resta ma senza vergogna aggiunta.

Molte pazienti sono arrivate da me su consiglio di nutrizionisti che "si sono arresi" con loro. Un evento che, di per sé...
17/12/2025

Molte pazienti sono arrivate da me su consiglio di nutrizionisti che "si sono arresi" con loro. Un evento che, di per sé, può essere devastante per coloro che già sono pervasi dalla vergogna e dal senso di colpa o dalla convinzione di essere guasti o pazzi.
Questi nutrizionisti, io credo, si sono probabilmente trovati di fronte a problemi alimentari non affrontabili da un punto di vista esclusivamente nutrizionale. Sono cose che succedono spesso...ma comunicarlo nel modo adeguato non è appannaggio di tutti.
Spesso, i professionisti più aggiornati e attenti, cercano di supportare i pazienti cercando di tenere in considerazione gli aspetti emotivi dell'alimentazione. Il che si traduce, nella maggior parte dei casi (ma non voglio generalizzare), nel tenere conto dei gusti alimentari del paziente o delle sue voglie o evitando di proporre diete troppo restrittive. Ma questo, da un punto di vista terapeutico, è acqua fresca.
Non solo non serve praticamente a nulla ma insinua nel paziente l'idea che, se nemmeno con questi "preziosi accorgimenti" riesce a farcela, allora è davvero senza speranza. Un caso irrisolvibile, una mela marcia, un buono a nulla e così via...
Fondamentalmente, in questi casi, si cela un grosso fraintendimento rispetto al concetto di fame emotiva e di bisogni emotivi che il cibo ha il compito di colmare. Il che non può essere risolto semplicemente dando un contentino alimentare al paziente. Mangiare fino a stordirsi, per chi soffre di disfunzioni alimentari, può rappresentare l'unico, efficace modo per garantirsi sicurezza fisica ed emotiva. Il che va bene oltre le voglie o i cibi trigger. Si tratta di un'azione di pura sopravvivenza attraverso la fuga. Da cosa si sopravvive? Capirlo è compito dello psicologo/psicoterapeuta che, assieme al paziente, indagherà questi aspetti nei tempi e coi modi adeguati.

Scrive Van der Kolk: "disconoscere alcune parti del proprio sé e identificarsi eccessivamente con altre non favorisce l'...
16/12/2025

Scrive Van der Kolk: "disconoscere alcune parti del proprio sé e identificarsi eccessivamente con altre non favorisce l'integrazione e il raggiungimento di un senso di completezza".
Queste parole mi fanno ve**re in mente numerose pazienti che, in merito ai propri episodi alimentari disfunzionali, dicono: "dottoressa, quella non sono io", prendendo le distanze da quella parte di loro che appare così superficialmente indisciplinata e indomabile.
Nella mia esperienza, coloro che vivono questo forte scollamento fra parti di sé, si sforzano di bandire del tutto dalla propria personalità, la parte più scomoda, quella che, a detta loro, non le rappresenta. E così facendo pagano un prezzo altissimo: non solo la parte rinnegata non sparisce ma, assieme a quella parte che cercano di sopprimere, perdono una ricchezza inestimabile, quella che la parte in questione potrebbe dare loro.
Più ci si sforza di accantonare la parte considerata "non-me", più la si spinge a emergere sotto forme disfunzionali e incontrollabili. Il fatto stesso che molte persone descrivano le loro parti "indisciplinate" con appellativi poco lusinghieri, ostacola il processo di integrazione e rende le due parti sempre più nettamente separate. Come due facce della stessa medaglia che non possono mai essere presenti contemporaneamente.
Finché la persona non imparerá che anche la parte che si abbuffa è una fondamentale parte del sé, i suoi comportamenti non faranno altro che rinforzare la scissione e generare quello spaccamento interiore che verrà vissuto come intollerabile ambiguità.

La chirurgia estetica come ostacolo alla vera accettazione di sé.Viviamo in un’epoca in cui il ricorso a interventi e ri...
15/12/2025

La chirurgia estetica come ostacolo alla vera accettazione di sé.

Viviamo in un’epoca in cui il ricorso a interventi e ritocchi estetici è diventato normale, quasi ovvio.
Si parla di “cura di sé”, di empowerment, di libertà individuale ma, molto spesso, ciò che si cela dietro alla banalizzazione di queste modifiche corporee è una radicata non accettazione di sé che non può certo trovare rimedio nelle punturine.
Questa normalizzazione ha un effetto collaterale importante:
rende sempre più difficile distinguere tra un desiderio consapevole e una sofferenza profonda legata all’immagine corporea.
Quando la chirurgia estetica è ovunque, quando viene proposta come soluzione rapida e accessibile, può diventare una risposta socialmente legittimata a un disagio che avrebbe bisogno di essere ascoltato, non corretto.
Ci sono persone che non cercano un cambiamento estetico.
Cercano sollievo.
Cercano di smettere di sentire il proprio corpo come qualcosa di sbagliato, vergognoso, inaccettabile.

In questi casi, l’intervento non aiuta ad accettarsi.
Aiuta, piuttosto, a non guardare ciò che sta sotto.
E il rischio è che la sofferenza venga mascherata, non risolta.
La cultura che promette perfezione e controllo del corpo finisce così per alimentare il rifiuto di sé, soprattutto in chi ha già una relazione fragile o dolorosa con la propria immagine.

Non si tratta di demonizzare la chirurgia estetica.
Si tratta di chiederci quando diventa una scelta libera e quando invece diventa una difesa, una fuga, un tentativo di curare con il bisturi ciò che nasce nella mente e nella storia di una persona.

Perché nessun intervento può restituire pace a chi non riesce a sentirsi abitabile nel proprio corpo.

A volte il cibo diventa una risposta a tuttoMangiare non è semplicemente un atto alimentare.È una risposta.Una scorciato...
19/11/2025

A volte il cibo diventa una risposta a tutto

Mangiare non è semplicemente un atto alimentare.
È una risposta.
Una scorciatoia emotiva.
Un modo per calmarsi, distrarsi, riempire, rimandare, consolarsi, proteggersi, spegnere o sopravvivere.

Il cibo può diventare l'unico strumento per affrontare bisogni molto diversi tra loro: la stanchezza, la tensione, il vuoto, la solitudine, la vergogna, la mancanza di sostegno, la difficoltà a dire “no”, l’incapacità di chiedere aiuto.
Una sola azione per regolare stati emotivi complessi.
E, in alcuni casi — non sempre, ma più spesso di quanto immaginiamo — questo modo di usare il cibo ha radici lontane.
Ci sono bambini cresciuti con adulti incapaci di sintonizzarsi veramente con i loro bisogni.
Bambini che piangevano perché spaventati, nervosi, confusi o bisognosi di contatto… e ricevevano cibo.
Non per cattiveria, ma perché quel genitore non conosceva altri modi, o perché quello era l’unico strumento emotivo che aveva imparato a sua volta.
Così può accadere che il bambino, crescendo, impari un’associazione silenziosa e potente:
“Quando sto male, mangio. È quello che mi calma.”
Non perché il cibo fosse la risposta giusta, ma perché è stata la sola risposta disponibile.
E il corpo, quando trova qualcosa che “funziona”, tende a ripeterlo. Anche quando si è ormai adulti.
Non si tratta di colpe, né di spiegazioni totalizzanti.
Ma di comprendere che il cibo, per molte persone, è stato il primo tentativo possibile di autoregolazione, quando nessuno gli aveva insegnato altre strade.

In quest'ottica, lavorare sul rapporto con il cibo, significa proprio questo:
non togliere un gesto, ma restituire alternative, linguaggi emotivi, modi diversi di ascoltarsi.
Significa imparare, forse per la prima volta, a rispondere a sé stessi non con un’unica soluzione, ma con una gamma intera di possibilità.

James Pennebaker, professore di psicologia all'Università del Texas, un giorno disse:"ho molto rispetto della riservatez...
18/11/2025

James Pennebaker, professore di psicologia all'Università del Texas, un giorno disse:"ho molto rispetto della riservatezza, del tenere le cose per sé; ma sono convinto che le persone paghino un prezzo piuttosto alto cercando di negare l'evidenza".

Ecco...questo pensiero è un po' il fil rouge del mio terzo libro: la fame nel cuore.

Perché uno dei risvolti di questo tacere a sé stessi è quello delle abbuffate.
Non sto dicendo che per tutti il negare inneschi gli stessi meccanismi, naturalmente.
Ma le storie delle donne raccontate in questo libro, esprimono appieno questa dinamica.
Sono vite in cui la censura, la negazione, il non voler prendere atto di sentimenti sempre più repressi, hanno innescato un'alimentazione compulsiva e irrefrenabile.
Il famoso "prezzo" citato da Pennebaker.

Più si tenta di nascondere a sé stessi qualcosa, più quel qualcosa emergerà con forza attraverso linguaggi scomodi e sintomi spaventosi.

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27058

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