Dott.ssa Elettra Paolini - Psicologia Alimentare

Dott.ssa Elettra Paolini - Psicologia Alimentare Comprendere, affrontare e gestire l'obesità, grazie alla psicologia alimentare.

Aiuto le persone con obesità e sovrappeso a vivere serenamente il loro rapporto col peso e col cibo

Lo studio del cervello ha permesso di scoprire che tutti gli esseri umani possiedono una coscienza molteplice più che un...
19/03/2026

Lo studio del cervello ha permesso di scoprire che tutti gli esseri umani possiedono una coscienza molteplice più che una coscienza unitaria. Su questa base si sono sviluppati diversi modelli teorici che utilizzano il lavoro con le parti in terapia al fine di aiutare i pazienti a creare un'armonia fra di esse. Infatti: "disconoscere alcune parti del proprio sé e identificarsi eccessivamente con altre, non favorisce l'integrazione e il raggiungimento di un senso di completezza" (Fisher, 2017).
Le cosiddette "parti fuga", in particolar modo, sono propense a scegliere i comportamenti alimentari come strategia per prendere le distanze da sentimenti intollerabili.
Cosa rende, allora, da un punto di vista delle parti, il cibo meno necessario?
Secondo questa prospettiva il cibo diventa meno centrale quando:
1) C'è una presenza interna affidabile
Ossia una parte adulta che non giudica, che rappresenta una guida affidabile e che è capace di RESTARE;
2) Le parti non devono lavorare da sole
Spesso la parte che usa il cibo è sola, non può delegare, non può fermarsi. Quando allora la parte inizia a sentire che non è l'unica a doversi occupare di tutto, l'urgenza si abbassa;
3) Esiste un'esperienza reale di sollievo non mediata dal controllo
Non parlo di esperienze come "mi distraggo" o "resisto" ma di esperienze in cui il corpo si rilassa davvero, non c'è sforzo e non c'è una finta pausa. Per ognuno di noi può equivalere a comportamenti diversi: contenimento fisico (calore, coperta pesante), un contatto sicuro, del riposo profondo, una voce che regola...
Una domanda di partenza molto utile per capire da dove iniziare può essere:
"Cosa manca, in questo momento, che il cibo sta fornendo?"

Il nostro rapporto con il cibo non riguarda solo nutrizione o abitudini.Molto spesso è anche un modo per regolare gli st...
13/03/2026

Il nostro rapporto con il cibo non riguarda solo nutrizione o abitudini.
Molto spesso è anche un modo per regolare gli stati emotivi.
E la capacità di regolare le emozioni si sviluppa molto presto, nelle relazioni con le figure di accudimento.
Secondo la teoria dell’attaccamento (sviluppata da John Bowlby e approfondita da Mary Ainsworth), i bambini imparano progressivamente a gestire le emozioni attraverso l’esperienza di essere compresi e regolati da un adulto.
Quando questa regolazione è sufficientemente stabile e prevedibile, il bambino sviluppa fiducia nei propri stati interni e nella possibilità di poterli regolare.
Quando invece la relazione è imprevedibile, distante o spaventante, il bambino può sviluppare strategie diverse per gestire il disagio emotivo.
Alcune ricerche hanno osservato che queste strategie possono riflettersi anche nel rapporto con il cibo.
Non si tratta di relazioni deterministiche, ma di tendenze che emergono in molti studi.
Vediamo come:
💞Attaccamento sicuro
Le persone con un attaccamento più sicuro tendono ad avere una regolazione emotiva più flessibile. Il cibo, in genere, mantiene la sua funzione principale: nutrimento e piacere.
🩶Attaccamento ansioso
Quando la relazione di attaccamento è stata incostante o imprevedibile, alcune persone sviluppano una maggiore sensibilità al rifiuto e all’abbandono.
In questi casi il cibo può diventare uno dei modi per calmare stati emotivi intensi, come ansia, solitudine o paura della perdita.
🤍Attaccamento evitante
Chi ha imparato presto che esprimere i propri bisogni non porta risposta può sviluppare una forte autonomia apparente e una tendenza a minimizzare le emozioni.
Nel rapporto con il cibo questo può tradursi in maggiore controllo, rigidità o distacco dai segnali corporei.
🖤Attaccamento disorganizzato
Quando la relazione di attaccamento è stata fonte di una "paura senza sbocco" (il caregiver rappresenta nel medesimo tempo sia una fonte di protezione che di minaccia), la regolazione emotiva può risultare particolarmente complessa.
(Continua dei commenti)

Alcune persone imparano presto che l'umiliazione arriva dagli altri. Per esempio da genitori critici, prese in giro, com...
10/03/2026

Alcune persone imparano presto che l'umiliazione arriva dagli altri. Per esempio da genitori critici, prese in giro, commenti sul corpo, confronti, ironia svalutante (ricordo qui che il sarcasmo, spesso molto sottovalutato, è una forma di violenza, specialmente se agito a livello intrafamiliare). In risposta a queste svalutazioni le persone sviluppano una strategia difensiva: anticipare l'umiliazione, rivolgendosela da sole, prima che lo facciano gli altri.
Questo ha almeno due funzioni:
1) controllo: se mi svaluto io per primo, controllo la situazione; non vengo colto di sorpresa;
2) disinnesco sociale: è una forma di sottomissione preventiva nel sistema di rango. Tradotto nel linguaggio evolutivo è come dire: "sono già basso nella gerarchia, non serve che mi attacchi".
Purtroppo questo sistema difensivo non fa altro che confermare a se stessi che è necessario proteggersi perché il pericolo di svalutazione e rifiuto è ancora in atto. Le esperienze relazionali negative del passato continuano a essere riprodotte nel presente con l'ausilio della propria complicità.
La vergogna qui diventa identitaria. Qualcosa che fa male ma in cui ci si riconosce profondamente.

CAMBIARE IL CORPO PER SENTIRSI ACCETTABILIUno dei passaggi più delicati nello sviluppo psicologico di un bambino riguard...
09/03/2026

CAMBIARE IL CORPO PER SENTIRSI ACCETTABILI
Uno dei passaggi più delicati nello sviluppo psicologico di un bambino riguarda la formazione dell’immagine di sé.
Per costruire un senso stabile di chi è, il bambino ha bisogno che qualcuno lo aiuti a riconoscere e comprendere ciò che prova. Ha bisogno di adulti capaci di riflettere i suoi stati emotivi: di vedere la sua paura, la sua rabbia, la sua tristezza e restituirglieli in una forma comprensibile.
Quando questo processo funziona, il bambino impara progressivamente a fidarsi dei propri stati interni. Impara che ciò che sente ha un significato e che può essere pensato.
Ma non sempre va così.
Quando il genitore è poco sintonizzato, assente, imprevedibile o troppo preso dalle proprie difficoltà, il bambino può incontrare una crescente difficoltà ad accedere ai propri sentimenti e a percepire il proprio “vero sé”.
In queste condizioni succede qualcosa di molto importante:
il bambino inizia a costruire la propria immagine di sé non partendo da ciò che sente, ma da come pensa di essere visto dagli altri.
L’immagine e la stima di sé diventano allora fortemente dipendenti dalla valutazione esterna.
Questo meccanismo può accompagnare la persona anche nella vita adulta.
Quando il senso di sé è fragile o poco radicato nell’esperienza interna, diventa naturale cercare di gestire l’immagine che gli altri hanno di noi.
Si cerca di apparire nel modo giusto, di non deludere, di essere accettati.
Ed è qui che, per alcune persone, entra in gioco anche il rapporto con il corpo.
Se sento che il mio valore dipende da come vengo visto, il corpo può trasformarsi in uno degli strumenti principali attraverso cui provare a controllare quella valutazione.
Cambiare il proprio corpo, correggerlo, disciplinarlo o combatterlo può diventare un tentativo di rendere l’immagine più accettabile, più conforme alle aspettative esterne.
Non è solo una questione estetica.
È spesso il tentativo di mettere in sicurezza qualcosa di molto più profondo: il proprio valore.
Per questo lavorare sull’immagine corporea, nella maggior parte dei casi, non significa solo parlare di peso o di aspetto fisico.
(continua nei commenti)

Il mio recente post sulla guerra ha suscitato una curiosità legata alla gestione delle emozioni che mi fa piacere soddis...
07/03/2026

Il mio recente post sulla guerra ha suscitato una curiosità legata alla gestione delle emozioni che mi fa piacere soddisfare.
In particolar modo rispetto ai tentativi di coping che nel tempo possono rivelarsi controproducenti per il nostro benessere mentale.
Il problema delle strategie che andrò a nominare è che purtroppo esse hanno una funzionalità limitata, se non dannosa, nel lungo periodo.
Il meccanismo è quello di un sollievo immediato che nel tempo finisce per mantenere la difficoltà. Questo vale anche nel rapporto con il cibo.
Ho pensato dunque di illustrarle brevemente facendo accenno a come si calano nell'ambito alimentare.

🧠Assenza di regolazione
Quando le emozioni diventano travolgenti, alcune persone non riescono a contenerle: l’emozione prende il sopravvento e guida il comportamento.
Nel rapporto con il cibo questo può tradursi in episodi di alimentazione impulsiva, in cui si mangia senza riuscire a fermarsi, come se l’emozione stesse cercando una via d’uscita.
🧠Evitamento
È una delle strategie più diffuse: evitare situazioni, pensieri o emozioni che fanno stare male.
Nel rapporto con il cibo questo può significare evitare di sentire alcune emozioni riempiendo subito quel vuoto con qualcosa da mangiare.
🧠Rimuginio
Pensare e ripensare continuamente agli stessi problemi senza trovare una soluzione. Il rimuginio dà l’illusione di stare affrontando qualcosa, ma in realtà mantiene l’attivazione emotiva.
A volte il cibo diventa una pausa momentanea da questo flusso incessante di pensieri.
🧠Preoccupazione
La mente prova ad anticipare ogni possibile rischio futuro per sentirsi più preparata. Ma questo genera spesso solo più ansia.
In alcuni casi il cibo diventa uno dei pochi momenti in cui si riesce temporaneamente a “staccare” da questo stato di allerta.
🧠Controllo
Alcune persone cercano di controllare rigidamente emozioni, pensieri e comportamenti. Il controllo dà una sensazione di sicurezza, ma richiede molta energia.
Nel rapporto con il cibo questo può tradursi in diete rigidissime o regole alimentari molto severe, che prima o poi rischiano di cedere sotto la pressione emotiva.
🧠Soppressione
(continua dei commenti)

Quando pensiamo al mangiare in eccesso, spesso immaginiamo qualcuno che cerca conforto.Qualcuno che mangia per calmarsi,...
05/03/2026

Quando pensiamo al mangiare in eccesso, spesso immaginiamo qualcuno che cerca conforto.
Qualcuno che mangia per calmarsi, per riempire un vuoto, per consolarsi.
A volte è così.
Ma non sempre.
Ci sono persone che mangiano quando sono esauste, quando il corpo chiede loro di fermarsi…ma fermarsi non è contemplato.
Perché nella loro storia fermarsi ha sempre avuto un significato preciso:
perdere valore, essere inutili, diventare un peso.
Molte persone sono cresciute imparando molto presto che era meglio non gravare sugli altri, non avere troppi bisogni, non creare problemi.
A volte perché i genitori erano fragili, stanchi, depressi o troppo presi dalle loro difficoltà.
Così il bambino impara ad adattarsi: a essere autonomo, utile, collaborativo. A non chiedere troppo.
Il problema è che quell’apprendimento può restare dentro anche da adulti.
Allora si va avanti.
Si lavora.
Si produce.
Si tiene tutto sotto controllo.
Fermarsi diventa quasi pericoloso, perché dentro risuona un messaggio antico:
"se mi fermo, divento un peso".
Finché qualcosa, dentro, trova un modo per interrompere questo meccanismo.
E il cibo, a volte, diventa proprio questo: una pausa forzata.
Mangiare in quel momento rompe il ritmo, sospende per un attimo la prestazione continua, crea una breccia nel controllo.
Per qualche minuto non si può fare altro. Ci si ferma.
È come se una parte più profonda dicesse:
“Se non ti concedi di fermarti, troverò io il modo di farlo.”
Per questo, in alcuni percorsi, il lavoro non è solo chiedersi “perché mangio?”
ma anche qualcosa di molto più scomodo:
“Mi sto dando il permesso di fermarmi?”
Perché quando il riposo diventa illegittimo,
quando la pausa viene vissuta come una colpa,
il corpo e la mente trovano comunque il modo di prendersela,
nell'unico modo che gli è possibile.

Il rumore, la guerra e quello che non stiamo facendo.È il terzo giorno di guerra in Iran e la tensione è sempre più alta...
03/03/2026

Il rumore, la guerra e quello che non stiamo facendo.

È il terzo giorno di guerra in Iran e la tensione è sempre più alta.
Mi sono accorta di aver passato ore a cercare informazioni.
Leggere, ascoltare, confrontare fonti. Cercare di capire cosa sta succedendo e cosa potrebbe succedere.
E più leggo, meno mi sembra di sapere.
Le informazioni sono molteplici, spesso contrastanti, a tratti deliranti.
È il paradosso del nostro tempo: tanta informazione che diventa inservibile.
Non chiarisce. Attiva.
Il sistema nervoso resta in allarme costante.
E noi ci sentiamo aggiornati, ma non più lucidi.
C’è chi usa l’ironia per sdrammatizzare.
C’è chi iper-spiega attingendo alla storia, nel tentativo di trovare senso.
C’è chi si rifugia nell’indignazione contro il politico di turno o nell’ennesima polemica laterale.
Tutto sembra movimento.
Ma è un movimento che non cambia nulla.
Mi sono resa conto, osservando me stessa, che forse non stiamo facendo l’unica cosa davvero sensata: fermarci e sentire.
Sentire la paura.
La rabbia.
La tristezza.
Forse, se fossimo davvero in contatto con ciò che abbiamo dentro, potremmo piangere per le persone che stanno perdendo la casa, la sicurezza, la vita.
E da quel contatto potrebbe nascere qualcosa di più autentico dell’ansia o del sarcasmo: un senso civico, una presa di posizione, un’azione concreta.
Invece restiamo incantati davanti al pendolo del flusso continuo.
Scrolliamo. Commentiamo. Condividiamo.
Ma non elaboriamo.
Non è disinteresse.
È una forma di anestesia.
Forse l’unica speranza che abbiamo è questa:
non lasciare che il rumore sostituisca il sentire.
Guardare dentro prima di reagire fuori.
Guardare l’altro, non “gli altri”.
Recuperare uno spazio di coscienza prima che venga riempito dall’ennesima notifica.
Non per smettere di informarci.
Ma per non smettere di essere umani.

Immagine di Avogado_6_

Una persona mi ha raccontato di aver rinunciato più volte a partecipare a una semplice rimpatriata fra amici.Non perché ...
28/02/2026

Una persona mi ha raccontato di aver rinunciato più volte a partecipare a una semplice rimpatriata fra amici.
Non perché non le facesse piacere.
Non perché non ne avesse il tempo.
Ma per la vergogna.
La vergogna di esporsi.
La vergogna di non sentirsi “adeguata”.
La vergogna di occupare uno spazio che, dentro di sé, sentiva di non meritare.
Seguire quella vergogna significava restare a casa.
E restare a casa avrebbe rafforzato l’idea che per fare certe cose servano determinate caratteristiche: un certo corpo, una certa sicurezza, una certa “idoneità”.
In altre parole, avrebbe confermato il messaggio con cui era cresciuta:
si può essere amati, perfino tollerati, solo se si corrisponde a ciò che gli altri si aspettano.
L’antidoto alla vergogna, però, non è trasformarsi nella versione di sé che si immagina accettabile.
Non è diventare abbastanza magri per uscire, abbastanza sicuri per esporsi, abbastanza perfetti per esistere.

L’antidoto alla vergogna è DARSI IL PERMESSO.

Permesso di esserci così come si è.
Permesso di fare qualcosa anche sentendosi impacciati, fuori posto, imperfetti.
Permesso di non aspettare di diventare “degni”.
Darsi il permesso significa dirsi:
sono abbastanza, proprio qui, proprio ora.
Significa interrompere la logica dell’amore condizionato, quella che ci ha insegnato che per valere dobbiamo prima superare una prova, raggiungere uno standard, correggere una mancanza.
La parte che prova vergogna non è il nemico.
È spesso una parte che ha imparato a proteggersi dal rifiuto, perché quel rifiuto lo ha già conosciuto e fa di tutto per evitarlo.
E quando una parte adulta può prenderla per mano e dirle:
“Vieni lo stesso. Non devi guadagnarti il diritto di esistere”, qualcosa cambia.
Non scompare la paura.
Ma smette di decidere al posto nostro.
La libertà non nasce dal sentirsi pronti.
Nasce dal concedersi di non esserlo.

Chiunque abbia già fatto terapia lo sa bene: la qualità delle domande che ci poniamo fa tutta la differenza nella possib...
27/02/2026

Chiunque abbia già fatto terapia lo sa bene: la qualità delle domande che ci poniamo fa tutta la differenza nella possibilità di sbloccare una situazione o complicarla ancora di più.
Anche se è abbastanza frequente che una persona con obesità si chieda come regolare l'alimentazione in eccesso (perché è esattamente questo ciò che gli viene richiesto di fare dal suo ambiente di vita e dalla maggior parte dei professionisti), in realtà porsi questa domanda non è assolutamente utile al fine di alimentarsi in modo differente.
Il cibo non è il problema!
Il cibo è la soluzione.
È la soluzione che una o più parti del sé hanno trovato per poter andare avanti.
Quella/e parti:
- fa esattamente ciò che deve fare;
- riduce l'attivazione;
- contiene emozioni ingestibili;
- da una sensazione immediata di "ok, per ora ce la faccio"
Quindi la domanda non è "come tolgo il cibo" ma "cosa da alla/alle parte/i lo stesso livello di sicurezza, regolazione e contenimento?"

Più sto accanto a persone che cercano un'autocura nel cibo, più mi rendo conto di quanto sia complesso questo mondo.Ogni...
26/02/2026

Più sto accanto a persone che cercano un'autocura nel cibo, più mi rendo conto di quanto sia complesso questo mondo.
Ogni storia è unica e ogni boccone in più che non serve a saziare lo stomaco, serve a tenere insieme qualcos'altro.
Se ci si barrica dietro le prescrizioni gratuite, lo sbandieramento di sane ma "vuote" abitudini alimentari, non si potrà mai arrivare al nucleo della disfunzione alimentare che ha sempre (SEMPRE) una sua dignità d'esistenza.
Ogni cuore ha la sua fame.

Fra appena un giorno, migliaia di persone rientreranno dalle vacanze e ritorneranno a vivere in un tempo scandito dalle ...
05/01/2026

Fra appena un giorno, migliaia di persone rientreranno dalle vacanze e ritorneranno a vivere in un tempo scandito dalle routine quotidiane.
Rassicurante per qualcuno e opprimente per qualcun altro, il ritorno a questa pressante scansione temporale può innescare o rafforzare quella che per molti è una vera e propria "sindrome dell'impostore". Una sensazione di funzionare a tutti i costi, a performare, a incastrare impegni che collima con un senso di inadeguatezza e fatica interiore creando uno scollamento identitario: "funziono davvero o è solo sopravvivenza?"
Tornare alla “vita normale” può riattivare una sensazione profonda di essere fuori posto, di funzionare per dovere più che per diritto. Di funzionare solo perché non si hanno alternative. Come se la parte che lavora, organizza, tiene insieme le cose… non fosse davvero “nostra”.
Janina Fisher parla a questo proposito del sé della vita normale: quella parte che continua ad andare avanti anche quando dentro è tutto confuso, spaventato o stanco. Molte persone la scambiano per un falso sé, per una maschera, per fortuna immeritata. Ma Fisher scrive una cosa importante: un falso sé non si impegnerebbe così tanto. Non reggerebbe il peso della quotidianità con questa tenacia silenziosa.
Se nei prossimi giorni dovessi sentirti così: come se stessi recitando la tua vita, come se prima o poi qualcuno dovesse smascherarti, sappi che non è una prova della tua falsità. È spesso il segno di quanto hai dovuto imparare a resistere.
Non è la forza che manca, ma è la constatazione che andare avanti significa farlo insieme a parti di sé che sono stanche, spaventate o diffidenti.
Forse il rientro non va affrontato chiedendosi “ce la farò?”,
ma riconoscendo con più compassione: sono ancora qui, ed è questo che conta.

Indirizzo

Voghera
27058

Notifiche

Lasciando la tua email puoi essere il primo a sapere quando Dott.ssa Elettra Paolini - Psicologia Alimentare pubblica notizie e promozioni. Il tuo indirizzo email non verrà utilizzato per nessun altro scopo e potrai annullare l'iscrizione in qualsiasi momento.

Contatta Lo Studio

Invia un messaggio a Dott.ssa Elettra Paolini - Psicologia Alimentare:

Condividi

Share on Facebook Share on Twitter Share on LinkedIn
Share on Pinterest Share on Reddit Share via Email
Share on WhatsApp Share on Instagram Share on Telegram

Digitare