19/03/2026
Lo studio del cervello ha permesso di scoprire che tutti gli esseri umani possiedono una coscienza molteplice più che una coscienza unitaria. Su questa base si sono sviluppati diversi modelli teorici che utilizzano il lavoro con le parti in terapia al fine di aiutare i pazienti a creare un'armonia fra di esse. Infatti: "disconoscere alcune parti del proprio sé e identificarsi eccessivamente con altre, non favorisce l'integrazione e il raggiungimento di un senso di completezza" (Fisher, 2017).
Le cosiddette "parti fuga", in particolar modo, sono propense a scegliere i comportamenti alimentari come strategia per prendere le distanze da sentimenti intollerabili.
Cosa rende, allora, da un punto di vista delle parti, il cibo meno necessario?
Secondo questa prospettiva il cibo diventa meno centrale quando:
1) C'è una presenza interna affidabile
Ossia una parte adulta che non giudica, che rappresenta una guida affidabile e che è capace di RESTARE;
2) Le parti non devono lavorare da sole
Spesso la parte che usa il cibo è sola, non può delegare, non può fermarsi. Quando allora la parte inizia a sentire che non è l'unica a doversi occupare di tutto, l'urgenza si abbassa;
3) Esiste un'esperienza reale di sollievo non mediata dal controllo
Non parlo di esperienze come "mi distraggo" o "resisto" ma di esperienze in cui il corpo si rilassa davvero, non c'è sforzo e non c'è una finta pausa. Per ognuno di noi può equivalere a comportamenti diversi: contenimento fisico (calore, coperta pesante), un contatto sicuro, del riposo profondo, una voce che regola...
Una domanda di partenza molto utile per capire da dove iniziare può essere:
"Cosa manca, in questo momento, che il cibo sta fornendo?"