Studio di psicologia clinica e psicoterapia psicoanalitica

Studio di psicologia clinica e psicoterapia psicoanalitica Uno spazio per riflettere

01/03/2026
22/02/2026

Sono sempre più numerosi, tanto da costringere i servizi sanitari a correre, cioè a far crescere l’offerta di assistenza e cosi tentare di fronteggiare una domanda sempre più importante. Aumentano anche in Toscana i ragazzi che soffrono di disturbi psichiatrici e preoccupa anche la diffusione di queste malattie tra i giovanissimi, con addirittura due tentativi di suicidio da parte di due dodicenni negli ultimi mesi nella provincia fiorentina. Il Meyer è l’osservatorio migliore per vedere cosa sta succedendo all’epidemiologia delle malattie psichiatriche

L'articolo completo di Michele Bocci su Repubblica Firenze

15/02/2026
14/02/2026
12/02/2026

"Sotto una grande rabbia c'è sempre un grande dolore".

È un assioma che troppo spesso dimentichiamo quando giudichiamo i comportamenti aggressivi, specialmente nei giovani. Il Presidente Enrico Perilli, intervenendo a "Obiettivo Salute", ci invita a spostare lo sguardo: l'aggressività è sempre l'espressione di una sofferenza che non trova altre parole per dirsi.

Viviamo in un tempo complesso dove l'uso di sostanze serve spesso ad "anestetizzare" la fatica di vivere e dove la gentilezza è diventata una pratica meno frequentata della violenza.

Il compito della psicologia – e di tutta la comunità educante – non è solo reprimere il sintomo, ma ascoltare quel dolore di fondo per trasformarlo in domanda di aiuto.

Perché capire è il primo passo per intervenire.

📺 Guarda l'intervento completo:
https://youtu.be/R1F42GxFwbE?si=vXwxA1AtieEoTUQE&t=118

02/02/2026
12/01/2026

Quando si parla di trauma si pensa subito ad eventi estremi come guerre, abusi, catastrofi, incidenti gravi, ovvero a ciò che viene spesso definito trauma con la T maiuscola. C'è però un’altra forma di trauma, molto più diffusa, che attraversa la vita di moltissime persone senza essere riconosciuta: il cosiddetto small-t trauma, o trauma con la t minuscola.
Questo tipo di trauma non nasce necessariamente da eventi drammatici o apertamente violenti. Al contrario, può avere origine da esperienze apparentemente ordinarie, ripetute nel tempo, che lasciano però segni profondi e duraturi nella psiche, soprattutto durante l’infanzia.
Il trauma con la t minuscola può derivare da episodi come il bullismo tra pari, commenti svalutanti o eccessivamente critici da parte di genitori anche benintenzionati, oppure da una mancanza costante di sintonizzazione emotiva con gli adulti di riferimento. Non si tratta sempre di cose brutte che accadono, ma spesso di cose buone che non accadono.
Per un bambino, non sentirsi visto, compreso o accolto emotivamente può essere profondamente destabilizzante. I bisogni fondamentali di attaccamento, sicurezza e riconoscimento, se non soddisfatti, possono generare una frattura interna: una progressiva disconnessione dal proprio sentire autentico. Il pediatra e psicoanalista Donald Winnicott parlava, a questo proposito, di “nulla che accade quando qualcosa avrebbe potuto e dovuto accadere”: un vuoto relazionale che, col tempo, diventa strutturante.
Una definizione particolarmente efficace di trauma è quella proposta da Bessel van der Kolk: il trauma è l’esperienza di non essere visti e conosciuti. In questa prospettiva, il trauma non è solo l’evento in sé, ma l’impatto che esso, o la sua assenza, ha sulla possibilità di restare in contatto con se stessi e con il mondo.
Sia il trauma “grande” sia quello “piccolo” condividono un elemento centrale: la perdita di connessione. Come sottolinea Peter Levine, questa perdita avviene spesso lentamente, in modo quasi impercettibile. Ci adattiamo, sviluppiamo strategie di sopravvivenza, costruiamo un’immagine di noi stessi che ci consenta di funzionare. Ma ciò che chiamiamo “normalità”, o persino alcuni dei nostri punti di forza, come l’iper-autonomia, il perfezionismo o l’iper-controllo emotivo, può essere il risultato di una ferita antica mai riconosciuta.

È importante ricordare che il trauma non è una categoria rigida, ma uno spettro. Non esistono confini netti tra chi è traumatizzato e chi non lo è. Molte persone, pur considerandosi felici e ben adattate, possono collocarsi in qualche punto intermedio di questo continuum.
Per questo, confrontare le sofferenze non ha senso. Non è utile dire “c’è chi ha sofferto di più” né usare la propria storia come metro di giudizio sugli altri o come giustificazione per comportamenti distruttivi. Ogni ferita è soggettiva, ogni vissuto è unico. Il dolore non è una gara, e non esistono gerarchie legittime della sofferenza.

🔹️Che cosa il trauma non è
Nel linguaggio quotidiano, il termine “trauma” viene spesso usato in modo improprio per descrivere esperienze stressanti o emotivamente intense: un film sconvolgente, un esame difficile, una discussione accesa. Sebbene queste esperienze possano essere molto disturbanti, non sono necessariamente traumatiche.
Un evento diventa traumatico quando lascia la persona più limitata di prima, sul piano psichico o fisico, in modo persistente. Tutti i traumi sono stressanti, ma non tutto ciò che è stressante è traumatico. È anche vero che eventi attuali possono riattivare ferite del passato: in questi casi, non si tratta di una nuova traumatizzazione, ma dell’emergere di un dolore antico che chiede finalmente di essere riconosciuto.

Dare un nome al trauma con la t minuscola non significa drammatizzare la vita quotidiana, ma restituire dignità a esperienze di sofferenza spesso minimizzate. Significa riconoscere che anche ciò che è mancato, uno sguardo, una parola, una presenza emotiva ,può avere un peso profondo nella costruzione del sé.

Dalla lettura del libro "Il mito della normalità " di Gabor Maté

Artista Marion Peck

12/01/2026

La dissociazione può essere compresa come un meccanismo di autoprotezione della mente, una risposta naturale a situazioni di sofferenza emotiva intensa. In questo senso non è una patologia in sé, ma una strategia di sopravvivenza: la psiche si allontana dall’esperienza dolorosa quando questa risulta troppo minacciosa per essere affrontata in modo diretto e consapevole.
Il suo scopo originario è quello di separare la consapevolezza dal dolore, creando una sorta di anestesia psicologica. Quando una persona si dissocia, non elimina l’esperienza dolorosa, ma ne riduce l’impatto sulla coscienza, frammentando l’esperienza interna. È come se una parte della mente si ritirasse, lasciando che il dolore venga sentito meno o non sentito affatto.
Il dolore, sia fisico che emotivo, ha normalmente una funzione essenziale: segnala un pericolo e orienta il comportamento verso la protezione e la sopravvivenza. Tuttavia, esistono circostanze in cui sentire pienamente il dolore diventa più pericoloso che non sentirlo. È in queste situazioni estreme che la dissociazione entra in gioco.
Questo avviene soprattutto quando la persona si trova in uno stato di grave disagio o di impotenza, ovvero quando non ha possibilità di fuga, di difesa o di richiesta di aiuto. Se il dolore non può essere evitato, compreso o condiviso con qualcun altro, la mente può scegliere di escluderlo temporaneamente dalla consapevolezza. In assenza di sostegno, riconoscimento o protezione esterna, la dissociazione diventa l’unica via disponibile per continuare a esistere psicologicamente.
È importante sottolineare che la dissociazione non è pensata per l’uso quotidiano. Quando diventa abituale, perde la sua funzione adattiva e può trasformarsi in una fonte di difficoltà, interferendo con la capacità di sentire, di essere presenti e di entrare in relazione. Proprio perché comporta dei rischi, la natura la riserva a delle condizioni limite, come una difesa di emergenza.
In questa prospettiva, la dissociazione non va giudicata come un difetto ma deve essere riconosciuta come il segno di una mente che, in assenza di alternative, ha fatto il possibile per proteggere l’integrità dell’individuo. Comprenderla significa anche riconoscere la profondità del dolore che l’ha resa necessaria.

Opera Aykut Aydoğdu

07/01/2026

Venerdì 16 gennaio ci sarà il primo incontro di "La Psicoanalisi e il libro 2026", il ciclo di presentazioni organizzato da IRPA a cura di Francesco Giglio e Ombretta Prandini.

Con Loredana Cirillo, Gherardo Colombo e Ombretta Prandini parleremo del mio "Uno diviso due. Fratelli e sorelle" (Feltrinelli, 2025). L'appuntamento è dalle 18:30 alle 20:30, esclusivamente da remoto.

Per info e iscrizioni: www.istitutoirpa.it

07/01/2026
04/01/2026

Dolore è quello dei familiari delle vittime: una sofferenza piena e inviolabile, che chiede rispetto e accompagnamento.

Accanto a esso, molti genitori e adulti stanno sperimentando una risonanza emotiva profonda: «poteva accadere a mio figlio».

La psicologia dell’emergenza parla di traumatizzazione indiretta, una reazione umana prevedibile.
La sfida non è negare la paura, ma non lasciarle guidare le scelte educative.
La psicologia è presente per aiutare a dare senso, distinguere i piani e continuare a vivere.

Il direttore del centro ustioni del Niguarda, Franz Wilhelm Baruffaldi Preis, ha attivato un servizio psicologico anche per il personale.

La nostra vicinanza va anche alle psicologhe e agli psicologi delle associazioni di psicologia dell’emergenza immediatamente attivati a sostegno dei giovani colpiti, dei familiari, dei compagni di scuola e di tutto il personale sanitario coinvolto.

L'intervento completo 👉🏻 https://www.corriere.it/salute/figli-genitori/adolescenza/26_gennaio_03/cosa-succede-nella-mente-di-chi-assiste-da-lontano-a-tragedie-come-quella-di-crans-montana-40ce6d93-ebbc-4710-a388-5ae5c89a6xlk.shtml?refresh_ce

03/01/2026

Indirizzo

Via Mazzini 28 Voghera
Voghera
27058

Orario di apertura

Lunedì 09:00 - 19:00
Martedì 08:00 - 19:00
Mercoledì 08:00 - 19:00
Giovedì 08:00 - 19:00
Venerdì 08:00 - 19:00
Sabato 08:00 - 13:00

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