12/01/2026
Quando si parla di trauma si pensa subito ad eventi estremi come guerre, abusi, catastrofi, incidenti gravi, ovvero a ciò che viene spesso definito trauma con la T maiuscola. C'è però un’altra forma di trauma, molto più diffusa, che attraversa la vita di moltissime persone senza essere riconosciuta: il cosiddetto small-t trauma, o trauma con la t minuscola.
Questo tipo di trauma non nasce necessariamente da eventi drammatici o apertamente violenti. Al contrario, può avere origine da esperienze apparentemente ordinarie, ripetute nel tempo, che lasciano però segni profondi e duraturi nella psiche, soprattutto durante l’infanzia.
Il trauma con la t minuscola può derivare da episodi come il bullismo tra pari, commenti svalutanti o eccessivamente critici da parte di genitori anche benintenzionati, oppure da una mancanza costante di sintonizzazione emotiva con gli adulti di riferimento. Non si tratta sempre di cose brutte che accadono, ma spesso di cose buone che non accadono.
Per un bambino, non sentirsi visto, compreso o accolto emotivamente può essere profondamente destabilizzante. I bisogni fondamentali di attaccamento, sicurezza e riconoscimento, se non soddisfatti, possono generare una frattura interna: una progressiva disconnessione dal proprio sentire autentico. Il pediatra e psicoanalista Donald Winnicott parlava, a questo proposito, di “nulla che accade quando qualcosa avrebbe potuto e dovuto accadere”: un vuoto relazionale che, col tempo, diventa strutturante.
Una definizione particolarmente efficace di trauma è quella proposta da Bessel van der Kolk: il trauma è l’esperienza di non essere visti e conosciuti. In questa prospettiva, il trauma non è solo l’evento in sé, ma l’impatto che esso, o la sua assenza, ha sulla possibilità di restare in contatto con se stessi e con il mondo.
Sia il trauma “grande” sia quello “piccolo” condividono un elemento centrale: la perdita di connessione. Come sottolinea Peter Levine, questa perdita avviene spesso lentamente, in modo quasi impercettibile. Ci adattiamo, sviluppiamo strategie di sopravvivenza, costruiamo un’immagine di noi stessi che ci consenta di funzionare. Ma ciò che chiamiamo “normalità”, o persino alcuni dei nostri punti di forza, come l’iper-autonomia, il perfezionismo o l’iper-controllo emotivo, può essere il risultato di una ferita antica mai riconosciuta.
È importante ricordare che il trauma non è una categoria rigida, ma uno spettro. Non esistono confini netti tra chi è traumatizzato e chi non lo è. Molte persone, pur considerandosi felici e ben adattate, possono collocarsi in qualche punto intermedio di questo continuum.
Per questo, confrontare le sofferenze non ha senso. Non è utile dire “c’è chi ha sofferto di più” né usare la propria storia come metro di giudizio sugli altri o come giustificazione per comportamenti distruttivi. Ogni ferita è soggettiva, ogni vissuto è unico. Il dolore non è una gara, e non esistono gerarchie legittime della sofferenza.
🔹️Che cosa il trauma non è
Nel linguaggio quotidiano, il termine “trauma” viene spesso usato in modo improprio per descrivere esperienze stressanti o emotivamente intense: un film sconvolgente, un esame difficile, una discussione accesa. Sebbene queste esperienze possano essere molto disturbanti, non sono necessariamente traumatiche.
Un evento diventa traumatico quando lascia la persona più limitata di prima, sul piano psichico o fisico, in modo persistente. Tutti i traumi sono stressanti, ma non tutto ciò che è stressante è traumatico. È anche vero che eventi attuali possono riattivare ferite del passato: in questi casi, non si tratta di una nuova traumatizzazione, ma dell’emergere di un dolore antico che chiede finalmente di essere riconosciuto.
Dare un nome al trauma con la t minuscola non significa drammatizzare la vita quotidiana, ma restituire dignità a esperienze di sofferenza spesso minimizzate. Significa riconoscere che anche ciò che è mancato, uno sguardo, una parola, una presenza emotiva ,può avere un peso profondo nella costruzione del sé.
Dalla lettura del libro "Il mito della normalità " di Gabor Maté
Artista Marion Peck