Dott.ssa Stefania Spatola Psicologa

Dott.ssa Stefania Spatola Psicologa Ψ Psicologa Clinica
a indirizzo Analitico

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03/01/2026

C’è una frase che torna spesso, detta con tono pacato e apparentemente virtuoso: “Non voglio litigare.” A volte è vera. Altre volte è un paravento elegante per non entrare nel punto più scomodo di ogni relazione: il momento in cui si deve nominare un conflitto, reggere la tensione e riconoscere la propria parte.

Le persone che evitano il confronto raramente lo fanno “per cattiveria” in modo semplice. Più spesso lo fanno per proteggersi. Il problema è che, quando la protezione diventa un’abitudine, finisce per funzionare come una forma di potere: sposta il peso emotivo sull’altro, blocca la riparazione e lascia il torto in sospeso, intatto.

Immagina una scena comune: qualcuno ti ferisce, tu lo dici con chiarezza, e dall’altra parte arriva una chiusura soft. “Dai, non facciamola lunga.” “Non mi piace discutere.” “Se ne parliamo finiamo per litigare.” Il messaggio implicito è: il prezzo della verità è troppo alto, quindi la verità non si paga. E così l’errore non viene nominato, la responsabilità non viene assunta, la relazione resta con una crepa che non si vede ma si sente.

L’evitamento del confronto può avere molte radici. Alcune sono “umane” e comprensibili; altre sono strategie più opportunistiche. Spesso convivono.

Una prima radice è la paura della perdita: paura di essere rifiutati, giudicati, lasciati. Per chi ha un’idea fragile del legame, il conflitto non è un passaggio, è una minaccia. Non è “parliamone”, è “sto per perdere tutto”. In questa logica, evitare diventa una forma di sopravvivenza relazionale. Ma la sopravvivenza, quando governa, non è interessata alla giustizia: è interessata a spegnere l’allarme.

Poi c’è la vergogna. Riconoscere un torto non è solo dire “ho sbagliato”: è esporsi, ridimensionare l’immagine di sé, tollerare un abbassamento momentaneo dello status. Per alcune persone la vergogna è così intollerabile che viene evitata come si eviterebbe una scottatura. Si minimizza, si cambia argomento, si fa ironia, si passa al silenzio. Non è sempre calcolo: spesso è un’incapacità appresa di stare dentro emozioni complesse senza scappare.

C’è anche un fattore cognitivo: la dissonanza. Se una persona si percepisce come “corretta, buona, ragionevole”, l’idea di aver ferito qualcuno crea attrito interno. Per ridurre quell’attrito, la mente può scegliere scorciatoie: negare l’impatto, contestare la forma (“me lo stai dicendo male”), spostare l’attenzione sulle intenzioni (“io non volevo”), riscrivere i fatti. In questo modo non serve ammettere l’errore: basta dichiarare che l’errore non esiste.

Un’altra radice è familiare e culturale. Ci sono contesti in cui il conflitto non è mai stato un luogo di riparazione, ma solo di esplosione: urla, punizioni, giorni di gelo, alleanze, ricatti emotivi. Se è questo che una persona ha visto, è plausibile che associ “confronto” a “catastrofe”. Il punto però è che la competenza non nasce dal desiderio, nasce dall’allenamento: chi non ha mai imparato a discutere senza distruggere, spesso preferisce non discutere affatto.

Fin qui l’evitamento come difesa. Ma c’è anche l’evitamento come strategia.

Quando qualcuno usa “non voglio litigare” per evitare di riconoscere i propri torti, non sta soltanto proteggendosi: sta evitando un costo. Il costo è assumersi la responsabilità, riparare, cambiare comportamento, tollerare che l’altro abbia ragione su qualcosa. In questi casi la frase “pacificatrice” diventa una manovra: trasforma la richiesta di chiarezza in un atto aggressivo. Chi chiede un confronto viene dipinto come “drammatico”, “pesante”, “conflittuale”. Chi evita si assegna il ruolo del “maturo”. È un rovesciamento sottile: non si nega solo l’errore; si delegittima anche il diritto dell’altro di nominarlo.

Qui entra in gioco la dinamica di potere. L’evitamento può essere una forma di controllo: se non ne parliamo, resta la mia versione; se non chiarisco, non mi vincolo; se non ammetto, non devo cambiare. Il silenzio, la fuga, la minimizzazione diventano una porta che si chiude in faccia all’altro. Non è un litigio: è un’interruzione unilaterale della realtà condivisa.

Ci sono segnali che aiutano a distinguere l’evitamento “fragile” da quello “opportunistico”. Una persona fragile, quando si calma, di solito torna: magari goffa, magari lenta, ma disponibile a riparare. Una persona che evita per non riconoscere i torti tende a tornare solo quando il tema è evaporato. Può essere affettuosa, normale, persino brillante — purché non si chieda responsabilità. In pratica: la relazione è possibile, ma solo alle sue condizioni.

Che cosa si può fare, allora, quando si è dall’altra parte?

Prima di tutto, nominare la differenza tra lite e confronto. Litigare è attaccare, svalutare, alzare il volume. Confrontarsi è restare sul fatto, sull’impatto e sulla riparazione. Questa distinzione va detta con calma, perché toglie l’alibi semantico: “Non ti sto chiedendo di litigare. Ti sto chiedendo di affrontare un punto e prenderti la tua parte.”

Poi, fare richieste piccole e verificabili. Non “ammetti che hai sbagliato in generale”, ma “quando hai detto X davanti a Y, io mi sono sentita Z. Mi serve che tu riconosca questo e che la prossima volta tu faccia A invece di B.” Più la richiesta è concreta, meno spazio c’è per la nebbia.

Infine, mettere un confine sul non-confronto. Perché il rischio è che la persona evitante, senza malizia o con malizia, ti alleni a rinunciare: a ingoiare, a dubitare, a “non fare storie”. Un confine sobrio suona così: “Io posso parlare con rispetto. Ma non posso far finta di niente. Se non ne parliamo, per me cambia qualcosa nel modo in cui mi fido e mi espongo.” Non è una minaccia: è un dato.

Una nota più scomoda: a volte l’evitamento dell’altro attiva la nostra parte più insistente. Più l’altro scappa, più noi incalziamo; più incalziamo, più l’altro scappa. Spezzare questo circuito richiede disciplina emotiva: restare fermi, non inseguire, scegliere tempi e modi che non diventino una caccia. Ma la disciplina non deve trasformarsi in auto-censura: la pace che si ottiene al prezzo della verità non è pace, è ritiro.

Il punto centrale, in fondo, è semplice: il confronto non è un incidente della relazione. È uno dei modi in cui la relazione dimostra di essere reale. Questo non assolve chi cerca lo scontro a ogni costo, trasformando ogni pretesto in litigio. Ma chi evita sempre il confronto non sta evitando il litigio; spesso sta evitando la responsabilità. E quando manca, l’intimità non cresce: si limita a non fare rumore.

Le sue parole non cercano consenso immediato, non puntano all’applauso rapido. Chiedono attenzione. E chi le ascolta sen...
02/01/2026

Le sue parole non cercano consenso immediato, non puntano all’applauso rapido. Chiedono attenzione. E chi le ascolta sente di dover rallentare.

La sua forza sta nell’aver attraversato il dolore senza trasformarlo in identità permanente. Non lo ha negato, non lo ha spettacolarizzato. Lo ha attraversato, lasciandogli il tempo necessario per diventare parte del paesaggio interiore. È un approccio raro, soprattutto in un mondo che chiede reazioni immediate e narrazioni pronte all’uso.

In fondo, il sospetto che resta è semplice e potente: quando un artista riesce a usare le parole in questo modo, forse è perché ha imparato prima a usarle con se stesso. E questo rende ogni verso non solo ascoltabile, ma abitabile.

NICCOLO' FABI - HO IMPARATO CHE LE PAROLE POSSONO STARE IN PIEDI DA SOLE

Mi sono imbattuto nelle sue parole quasi per caso, come altre volte era già successo. L’ho ascoltato parlare e ho sentito, ancora una volta, quanto sia rara la capacità di usare il linguaggio senza sprecarlo. Mi sono detto che mi basterebbe avere una minima parte della sua precisione, della sua misura, per riuscire a raccontare la stima che provo per l’uomo, prima ancora che per l’artista.

Ho visto una persona che ha attraversato un dolore di una portata devastante e non ha avuto fretta di uscirne. Si è concesso il tempo di piegarsi, di restare a terra, e poi di rialzarsi senza proclami. Ho riconosciuto in lui una forza che non ha mai avuto bisogno di mostrarsi rumorosa.

Non l’ho mai sentito banale, né compiacente. Non l’ho mai percepito impegnato a piacere a tutti i costi. Ho visto coerenza, profondità, una fedeltà ostinata a se stesso. Ho capito che certe parole funzionano perché nascono da un pensiero che non cerca scorciatoie.

Ho iniziato a sospettare sempre di più che le sue canzoni siano così belle perché chi le scrive è una persona profondamente bella. Non nel senso facile del termine, ma in quello più raro: una bellezza fatta di consapevolezza, di cicatrici accettate, di complessità non semplificate.

Quando parla di vita, di memoria, di ferite, non lo fa per spiegare, ma per condividere. Racconta l’infanzia, gli amori passati, i film preferiti, i traumi subiti, e li mette sullo stesso piano delle strutture mentali, dei doveri, delle cicatrici. Come se tutto fosse parte dello stesso viaggio. Come se la vita, con le sue complicazioni, fosse qualcosa da attraversare senza fingere leggerezza.

E ascoltandolo ho sentito che certe parole non servono a consolare, ma a tenere compagnia. E questo, forse, è il loro compito più alto.

LA RARITÀ DI CHI NON HA BISOGNO DI URLARE

In un tempo che premia la semplificazione, Niccolò Fabi rappresenta una forma di resistenza gentile. Non quella che alza muri o bandiere, ma quella che resta fedele alla complessità. Le sue parole non cercano consenso immediato, non puntano all’applauso rapido. Chiedono attenzione. E chi le ascolta sente di dover rallentare.

La sua forza sta nell’aver attraversato il dolore senza trasformarlo in identità permanente. Non lo ha negato, non lo ha spettacolarizzato. Lo ha attraversato, lasciandogli il tempo necessario per diventare parte del paesaggio interiore. È un approccio raro, soprattutto in un mondo che chiede reazioni immediate e narrazioni pronte all’uso.

C’è qualcosa di profondamente educativo nel suo modo di stare al mondo. Dimostra che si può essere profondi senza essere oscuri, sinceri senza essere esibizionisti, intensi senza essere drammatici. Dimostra che non serve piacere a tutti per essere ascoltati davvero.

Le sue canzoni funzionano perché non nascono dall’urgenza di dire qualcosa, ma dalla necessità. Parlano di cicatrici, di doveri, di strutture mentali, senza mai perdere di vista l’umanità che le tiene insieme. Raccontano una vita lunga, complicata, imperfetta, e proprio per questo credibile.

In fondo, il sospetto che resta è semplice e potente: quando un artista riesce a usare le parole in questo modo, forse è perché ha imparato prima a usarle con se stesso. E questo rende ogni verso non solo ascoltabile, ma abitabile.

La vita aspetta solo questo: che la nostra anima sia pronta a sentire.Che tu possa abbracciare ogni trasformazione senza...
01/01/2026

La vita aspetta solo questo: che la nostra anima sia pronta a sentire.
Che tu possa abbracciare ogni trasformazione senza mai perdere il coraggio di essere te stessə.

Felice Anno Nuovo ✨️🥂
Dott.ssa Stefania Spatola

✨️ Vi auguro tempo per le persone che amate, sorrisi larghi e aperti da donare agli sconosciuti.Vi auguro di riprendere ...
23/12/2025

✨️ Vi auguro tempo per le persone che amate,
sorrisi larghi e aperti da donare agli sconosciuti.
Vi auguro di riprendere contatto con la terra, con la bellezza, col gusto delle cose lente, fatte bene, condivise.
Per me Natale vorrebbe essere anche questo: trovare il tempo.
Lasciare andare i tanti, troppi stimoli che reclamano brandelli della nostra attenzione. E ricercare profondità negli sguardi, leggerezza nel bagaglio di (pre)occupazioni, tenerezza nelle azioni e nei gesti.
Provare, per quanto possibile, a essere una piccola oasi nel deserto della vita, per tutte le persone assetate di amore che incontreremo.

Buon Natale 🎄💫
Dott.ssa Stefania Spatola

“I luoghi hanno un’anima. Il nostro compito è di scoprirla. Esattamente come accade per la persona umana”[J. Hillman]Via...
10/12/2025

“I luoghi hanno un’anima. Il nostro compito è di scoprirla. Esattamente come accade per la persona umana”
[J. Hillman]

Viaggiare insegna a essere oltre
Viaggiate che sennò poi finite per credere
Che siete fatti solo per un panorama
E invece dentro di voi
Esistono paesaggi meravigliosi
Ancora da visitare.




👠 25 Novembre - Giornata Internazionale per l'eliminazione della violenza sulle donne “L'umanità, come modalità di esser...
25/11/2025

👠 25 Novembre - Giornata Internazionale per l'eliminazione della violenza sulle donne

“L'umanità, come modalità di essere, sentire, vivere, stare in relazione con altri, non è un dato per scontato, che fluisce naturalmente dalla biologia. Va coltivata, fatta fiorire e accudita in se stessi e negli altri, perché rimanga vitale ed anche perché non rimanga un esercizio selettivo, che distingue tra chi ha diritto di godere e di vedersi riconosciuta la pienezza dell'umanità e chi invece è considerato sub-umano, nei fatti e talvolta anche nelle norme”.
— Chiara Saraceno –

Azzerare la violenza significa elevare la cultura: dove cresce la consapevolezza, non nasce il dominio ma il rispetto.

Educare al rispetto non è solo un compito delle famiglie o delle scuole. È una sfida culturale e sistemica, che riguarda tutti: istituzioni, media, sanità, politica, giustizia, religione. Significa promuovere ambienti relazionali in cui le persone si sentano viste, ascoltate, protette nella loro dignità. Significa adottare pratiche educative non autoritarie ma autorevoli. Significa insegnare fin da piccoli la differenza tra conflitto e violenza, tra autorità e sopraffazione. Significa investire nella psicologia come risorsa preventiva, educativa, trasformativa.

09/11/2025

“Dottore, se non gli do il telefono urla.”

È una frase che sento sempre più spesso, detta con stanchezza e un po’ di vergogna.
Eppure non c’è nulla di cui vergognarsi: solo da capire.

Perché quando un bambino piccolo si calma solo con uno schermo, non è perché “ama la tecnologia”.
È perché lo schermo regola al posto suo le emozioni che non sa ancora gestire.
E se succede troppo presto, troppo spesso, quel meccanismo si fissa:
ogni disagio, ogni no, ogni frustrazione diventa un “accendi”.

Non è cattiva educazione, è un cortocircuito del tempo che viviamo.
Abbiamo sostituito il contatto con il tocco sul vetro.
Ma la pelle, lo sguardo, la voce, restano i primi veri calmanti emotivi.

La dipendenza digitale non nasce da un gioco.
Nasce quando l’emozione di un bambino viene spenta invece che accolta.

E il primo passo per evitarla è ricordare che nessuna app potrà mai sostituire un abbraccio.

– Giuseppe Lavenia –


05/11/2025

🎗️ 5 novembre – Giornata per la Ricerca sul Cancro

Oggi celebriamo la ricerca scientifica come strumento fondamentale di prevenzione, diagnosi e cura.

La Giornata per la Ricerca sul Cancro, promossa da AIRC, ricorda a tutte e tutti che ogni passo avanti nella scienza nasce dall’impegno di chi dedica la propria vita a migliorare quella degli altri.

Accanto alla ricerca biomedica, anche la psicologia svolge un ruolo centrale: la psico-oncologia aiuta pazienti e familiari ad affrontare con forza, consapevolezza ed equilibrio il percorso della malattia, favorendo una migliore qualità della vita e una relazione più umana con la cura.

Promuovere la ricerca significa sostenere la speranza, costruire alleanze tra scienza e umanità e ricordare che la salute riguarda sempre la persona nella sua interezza – corpo, mente, psiche ed emozioni.

"Ogni cambiamento, anche agognatissimo, ha le sue malinconie, perché quel che si lascia è una parte di noi: bisogna mori...
02/11/2025

"Ogni cambiamento, anche agognatissimo, ha le sue malinconie, perché quel che si lascia è una parte di noi: bisogna morire a una vita per entrare in un’altra".
– Anatole France –

🍂🍁 Noi siamo inverni, siamo primavere, siamo estati, siamo autunni. Siamo stagioni psichiche che ritornano, sempre, intermittenti.

Esplorò la sua anima con un telescopio. E tutto quanto vi appariva irregolare egli vide e dimostrò essere splendore di c...
29/10/2025

Esplorò la sua anima con un telescopio. E tutto quanto vi appariva irregolare egli vide e dimostrò essere splendore di costellazioni. E aggiunse mondi e mondi nascosti alla coscienza.
(Samuel T. Coleridge)
La nostra psiche è costituita in armonia con la struttura dell'universo, e ciò che accade nel macrocosmo accade egualmente negli infinitesimi e più soggettivi recessi dell'anima.

Quanto più mi sono sentito incerto di me stesso, tanto più si è sviluppato in me un senso di affinità con tutte le cose.

🥀 Il 27 ottobre 2011 ci lasciava James Hillman, fondatore della psicologia archetipica. Hillman ha fondato una psicologi...
27/10/2025

🥀 Il 27 ottobre 2011 ci lasciava James Hillman, fondatore della psicologia archetipica.

Hillman ha fondato una psicologia dell'immagine che mette al centro gli archetipi quali modelli profondi del funzionamento psichico.
Gli archetipi come stili di esistenza e fantasie mitiche in grado di dominare la coscienza e orientare l'individuo.
Qualcosa di cui l'essere umano da sempre fa esperienza e che gli antichi riconoscevano nel culto dei loro Dèi.

«L'organo che percepisce il volto delle cose è il cuore. Il pensiero del cuore è fisiognomico. Per percepire deve immaginare. Deve vedere fattezze, forme, facce: angeli, dèmoni, creature di ogni genere in cose di ogni tipo; e con ciò stesso, il pensiero del cuore personizza, infonde anima e anima il mondo».


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