06/01/2026
Mi chiamo Beatrice e ho sette anni.
Quando torno da scuola, a volte mi fa male la pancia anche se non ho mangiato troppo. La mamma dice che è l’ansia, una parola grande che io capisco solo un po’. So però che succede quando sento che qualcuno non sta bene e io non posso aiutarlo.
Quel giorno ho lasciato il diario sul tavolo e sono andata in camera mia. Non avevo voglia di spiegare subito. Quando gli adulti leggono le note rosse diventano seri, come se avessi fatto qualcosa di molto grave.
La maestra aveva scritto che mi alzo dal banco senza permesso. È vero.
Ma non è tutta la verità.
Io mi alzo perché Lorenzo ha paura.
Lui non piange mai forte. La sua paura è silenziosa. Gli viene mentre la maestra spiega, quando tutti devono essere bravi e rispondere giusto. Le sue mani tremano e il viso diventa caldo. Fa finta di cercare qualcosa nell’astuccio, ma io lo vedo.
Quando succede, sento come una spinta dentro. Non penso alle regole. Penso solo che non deve stare da solo.
Mi siedo vicino a lui. A volte gli tocco il braccio, a volte no. Non serve parlare. Basta stare lì. Dopo un po’ respira meglio. Il suo cuore rallenta. La paura si stanca e se ne va.
A casa papà mi ha chiesto perché lo faccio. Aveva la voce seria, ma io ho detto la verità. Gli ho detto che quando sei piccolo e hai paura, qualcuno vicino è più importante di qualsiasi banco.
Il giorno dopo papà è venuto a scuola. Io ero agitata. Pensavo di aver sbagliato davvero.
Invece no.
Ora in classe c’è una cosa nuova. Se qualcuno si sente male dentro, può farlo capire. E qualcuno può sedersi accanto a lui. Senza spiegazioni. Senza essere sgridato.
Lorenzo adesso viene a scuola più tranquillo. Io lo vedo camminare più dritto.
Io sono solo una bambina.
Non so tutto.
Ma so che quando hai paura, non vuoi soluzioni.
Vuoi qualcuno che resti.
Forse è questo che sto imparando.
E forse è questo che un giorno
racconterò alla mia dottoressa, quando mi chiederà perché mi alzavo dal banco.
Perché a volte, curare, vuol dire solo sedersi accanto.