04/04/2026
Ci sono lutti che non arrivano dopo la nascita di un figlio.
Arrivano durante.
E quando una donna perde il proprio genitore mentre è incinta, non sta vivendo solo un dolore.
Sta affrontando una frattura profonda proprio nel tempo in cui dovrebbe sentirsi sostenuta, contenuta, accompagnata.
In quel momento, infatti, chi dovrebbe generare vita può sentirsi improvvisamente invasa dalla perdita, dall’angoscia, dal vuoto, dalla solitudine.
E questa fatica può indurre anche profondi sensi di colpa e di inadeguatezza nella madre.
Il lutto infatti attraversa il corpo, la mente, il legame e la funzione materna.
Il feto non “capisce” il lutto come lo capiamo noi adulti.
Ma può risentire del clima emotivo, della tensione interna, dello stato di allarme, della fatica della madre di trasformare il dolore in qualcosa di pensabile.
Da qui nasce una riflessione importante:
non tutto ciò che non viene mentalizzato scompare.
A volte resta nel corpo.
A volte resta nel legame.
A volte riemerge più avanti come fatica nella regolazione emotiva, angosce senza nome, iperallarme, ritiro o difficoltà evolutive.
Ma c’è anche una notizia profondamente importante:
si può riparare.
Quando la madre viene aiutata a sentire, pensare e condividere il proprio dolore, qualcosa cambia davvero.
Curare la madre significa già proteggere il bambino.
Curare la diade significa dare un nome a ciò che prima era solo sofferenza muta.
E quando il “non pensato” diventa nominabile, non è più costretto a parlare soltanto attraverso il sintomo.
Questo carosello nasce per questo:
per dare parole dove spesso c’è solo silenzio.
Scorri il carosello e dimmi nei commenti quale slide ti ha colpito di più.
Dott. Gianluca Mineo
Psicologo - Psicoterapeuta - Psicoanalista